giovedì 1 maggio 2008

Schifani: Da Corleone a Palazzo Madama - Parte III -

Enrico La Loggia a metà degli anni Ottanta fa parte come assessore della prima giunta del sindaco Leoluca Orlando e, per diretta ammissione di Nino Mandalà, in quelle vesti risponde di no alle sue richiest di aiuto.
Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria, feudi di Provenzano e della famigliaMandalà, diventano vittorie pericolose.
Francesco Campanella(mafioso ora collaboratore di giustizia, fu lui a dare la falsa carta d'identità a Provenzano per andare a farsi operare), osserva quanto accade dalla sua poltrona di presidente del consiglio provinciale e se ne accorge quasi subito. Nel 1994 Nino Mandalà sbandiera i suoi legami importanti. Dice a Campanella di avere"strettissimi rapporti con il senatore" gli parla del suo matrimonio al quale anche lui e Schifani avevano partecipato, e Campanella capisce che non mente. Il nuovo segretario comunale viene scelto dal sindaco Navetta su "segnalazione di La Loggia" e la stessa cosa accade con Schifani: "i rapporti tra loro erano ottimi durante l'inizio dell'attività del Mandalà nel '94, tant'è vero che La Loggia era il suo punto di riferimento all'interno di Forza Italia.[...]; a un certo punto Schiufani viene segnalato da La Loggia come consulente e quindi nominato dal sindaco come esperto in materia di urbanistica[...] Le quattro varianti al piano regolatore di cui abiamo parlato, parco suburbano, la variante commerciale, la viabilità, furono tutte concordate dal punto di vista anche di modulazione, di componimento, insomma, dal punto di vista giuridico con lo stesso Schifani.
"L'allora avvocato Schifani interloquiva con Nino Mandalà anche di queste cose?" chiede il Pubblico ministero a Campanella.
"Sì, interloquiva anche con Mandalà, ma poi i fatti più operativi li gestiva l'assessore Geranio, che poi era un assessore della famiglia Mandalà, perchè Geranio aveva sposato una sorella del suocero di Nicola Mandalà. Quindi Geranio faceva da spola tra il Comune e lo studio dell'avvocato Schifani.
Mi ricordo che in qualche incontro andavo anch'io. Poi a un certo punto ci fu la questione di fare il piano regolatore generale. Si trattava di un argomento che suscitava grandi appetiti da parte della famiglia mafiosa di Villabate, poichè il piano regolatore generale, com'è notorio, determina la potenzialità edificatoria delle aree e l'edilizia è uno degli strumenti più importanti dell'attività tipica di Cosa nostra, con l'imposizione, oltre che di pizzo ai cantieri, anche delle forniture. Lì il Mandalà organizzò tutto per filo e per segno interagnedo in prima persona.[...]Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e con La Loggia e che aveva trovato un accordo per il quale i due segnalavano il progettista del piano regolatore generale, incassando anche una parcella di un certo rilievo[...]. L'accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di manipolare il paino regolatore, affinchè tutte le sue istanze fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani.
Domanda il pubblico ministero: "le risulta che lo Schifani fosse al corente all'epoca degli interessi di Mandalà in relazione all'attività di pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?"
"Assolutamente sì. Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con Schifani e lìaccordo era di nominare,attraverso loro, qusto progettista che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qulache modo avrebbero condiviso lo stesso Schifani e La Loggia".
"Quindi la parcella non sarebbe andata soltanto al progettista?"
"No, il progettista era titolare di un interesse economico che era condiviso dallo stesso Schifani e La Loggia.
"E questa parcella fu liquidata o comunque ne fu stabilità l'entità?"
"Ma guardi, la parcella... si fece una parcella proforma, perchè l'attività poi del piano regolatore in realtà fu interrotta a seguito poi dello scioglimento del consiglio comunale(1999).[...]
"In che epoca si collocano, o si colloca, se solo una, quella riunione tra Mandalà, La Loggia e Schifani in relazione alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?"
"Questa si colloca sicuramente in epoca successiva all'arresto di Mandalà Nicola, nell'epoca in cui stavamo adottando questi atti."
"Quindi c'è un allontanamento progressivo, mi pare di capire?"
"Esattamente, lui lamentava con me questo fatto che più volte, ma in epoca successiva appunto alle vicende..."
"All'arresto di Nicola diciamo?"
"Esattamente, addirittura il La Loggia non lo salutava neanche"
"Cioè cercava di prendere le distanze?"
"Esattamente.."

Tratto da 'I Complici' di Lirio Abbate e Peter Gomez.

mercoledì 30 aprile 2008

Schifani: Da Corleone a Palazzo Madama - Parte II-

Dopo la scarcerazione di Nicola, Nino Mandalà e La Loggia si incontrano ad un congresso di Forza Italia.
La Loggia:"Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio..."
Mandalà: " Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola."
L: "Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?"
M: "E perchè, come ti devo trattare? Perchè non è possibile spiegarmelo...chi sei?"
L: "No, ma io non dico questo, ma i nostri rapporti..."
M: " Ma quali rapporti..."
L: "Senti possiamo fare una cosa, ne possiamo parlare in ufficio da me?"
M: "Si, perchè no..."
Nello studio: M: "Senti, mi devi fare una cortesia, tu a me non mi devi cervare più, tu devi dimenticarti che esisto perchè la prossima volta che tu ti arrischi a cercarmi e siamo soli, io siccome sono mafioso, io ti (parola incomprensibile nella registrazione) hai capito! Perchè io sono mafioso, come tuo padre purtroppo, perchè io con tuo padre me ne andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capo della mafia di Vallelunga. Tuo padre che era(parola incomprensibile) e lo poteva dire. Ora lui non c'è più, ma lo posso dire io che tuo padre era mafioso". E lui si è messo a piangere.
"Mi rovini", ha detto.
" E perchè?", gli ho risposto, "Io non sono un pezzo di merda come a te che ti rovino. L'ho fatto per dirti che tu hai la coda di paglia come gli altri e fai tutto...tutto...ma lo devi fare con gli altri...ti devi vestire dei panni... ma non con me, stronzo che sei. Non sai io da dove vengo e cosa ero con tuo padre. che cornuto vai dicendo. Tuo padre chi era? e mi dici a me...".
Simone Castello commenta caustico: "Qua c'è gentaglia"
Nino: "Lui si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perchè era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto "ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me da Turiddu Malta" e l'ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, 'sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a far una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore, pensava che io lo andassi a rovinare..."
Castello: "No! ma quanto è cretino..."
Nino: "Figurati che diceva piangendo 'mi rovini, mi rovini'!
C: "E questo è il senatore di Forza Italia"
N: "E' il presidente dei senatori di Forza Italia"
C: "Il fatto è, Nino, che sono tutti mezze tacche."
C: "Miccichè mezza tacca. Questo Giudice meno di mezza tacca, Dore Misuraca non ne parliamo...Meschini, meschini, non solo in Forza Italia, negli altri partiti sono pure gli stessi". [...]

Da un certo punto di vista l'astio dell'avvocato Mandalà è comprensibile.
Lui, Schifani e La Loggia li aveva sempre considerati degli amici, tanto che erano stati tra gli ospiti importanti del suo secondo matrimonio, avvenuto nei primi anni Ottanta. A quell'epoca Mandalà era appena rientrato in Sicilia da Bologna, dove lavorava nel mondo delle concessionarie d'auto e dove anche suo figlio Nicola era nato. Con loro aveva fondato la Sicula Brokers, una strana società in cui i futuri leader di Forza Italia sedevano fianco a fianco di imprenditori in odor di mafia e boss di Cosa Nostra.
A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c'è da rimanere a bocca aperta: La Sicula Brokers viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia, Schifani, compaioni i nomi dell'ingegnere Benny D'Agostinpo, il titolare delle più grandi imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l'amministratore delle società di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da Giovanni Falcone perchè capi della famiglia mafiosa di Salemi.

La Sicula Brokers è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni, borghesia e boss hanno fatto affari.

Continua...

martedì 29 aprile 2008

Schifani: Da Corleone a Palazzo Madama

Prendo spunto da 'I Complici' di Lirio Abbate e Peter Gomez per delineare il profilo del futuro Presidente del Senato, Renato Schifani.

E' il 4 maggio 1998. Nino Mandalà, boss di Villabate, sale sull'auto di Simone Castello, uomo d'onore che per conto di Provenzano recapita i pizzini in tutta la Sicilia. Le elezioni amministrative sono alle porte. Mandalà, fa parte del direttivo provinciale di Forza Italia, si devono decidere le liste dei candidati.
Gaspare Giudice gli ha consigliato un nome, all'ultimo però l'accordo salta, perchè Renato Schifani, neoeletto senatore nel collegio di Corleone, "ha preteso, giustamente, che il candidato di Misilmeri alla provincia fosse suo, visto che Gaspare Giudice ne aveva già quattro", spiega Nino Mandalà a Simone Castello.
Mandalà si sfoga con Castello dicendogli che i voti lui questa volta non gli procurerà a nessuno, tantomeno a chi "m'a trummaru" (me l'hanno trombata)la candidatura chiesta supplicandomi.
Quando il candidato proposto da Schifani si presenta in paese viene respinto a malo modo e Mandalà racconta di avergli detto : "Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n'è per nessuno...".
La dura reaazione del capomafia preoccupa i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo ha chiamato subito: " Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c'è stata una riunione. C'erano La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante(allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006) e Dore Misuraca, l'assessore regionale agli Enti Locali.Giudice mi ha raccontato che Schifani disse a La Loggia: "Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perchè ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede...e quindi c'è la possibilità di recuperare Nino Mandalà, telefonagli....".
Il mafioso è quasi divertito. Alzare la voce coi politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: "Simone, hai presente Schifani, attraverso questo(il candidato di Misilmeri)... aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l'ho fatto piangere?".

Le microspie dei carabinieri registrano ora la storia di un'amicizia tradita. una storia di mafia in cui i capibastone minacciano e i politici, terrorizzati, chiedono piangendo il perdono.

Mandalà racconta. Anno 1995, il figlio Nicola viene arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, forse per paura che si scoprisse un segreto incoffessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conscevano fin da bambini, ma per anni erano stati anche soci, avevano lavorato fianco a fianco in un'agenzia di brokeraggio assicurativo.
"Non mi apettavo che dovesse fare niente, ma almeno un messaggio,'ti dò la mia solidarietà', me lo poteva mandare. Stiamo parlando di un rapporto che sale dalla notte dei tempi, eravamo tutti e due piccoli...suo padre...era mio padre, lui era un cristiano coi cazzi, non come questo pezzo di merda... poi siamo stati soci d'affari, lui presidente e io amministratore delegato. andavamo in vacnza insieme...". Il portaordini di Provenzano prova a calmarlo:"va bè, è il presidente dei senatori di Forza Italia, magari non si può esporre..."
"D'accordo, però, in una situazione come questa...Dio mio mandami un messaggio. Poteva farlo attraverso 'sto cornuto di Schifani che allora non era ancora senatore ma faceva l'esperto, il consulente in materie urbanistiche qua al Comune di Villabate a 54 miloni di lire l'anno. Me lo aveva mandato proprio il signor La Loggia. Lui(Schifani) mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva:'Nino, vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda i saluti'. No, e invece non manda a dire niente lui, ma Schifani..."
"Dice che non ti conosce..."
Schifani, quando quelli là in Forza Italia gli chiedono " ma che è successo all'amico tuo, al figlio dell'amico tuo" risponde "amico mio?....no manco lo conosco, lo conosco a mala pena". Così il signor Schifani quando veniva a Villabate per motivi di lavoro, la consulenza per il Comune, vedeva a me e, minchia, scantonava, svicolava, si spaventava come se...come se prendeva la rogna, capisci? ...".

Continua...

lunedì 28 aprile 2008

MEMORIAL 'CALCIOPOLI' - PARTE XI -

I rapporti fra i vertici bianconeri e quelli arbitrali sono strettissimi, affettuosissimi, proficuissimi. Ci sono anche visite a domicilio nell’abitazione di Lucianone da parte di Pairetto e anche del presidente dell’Aia Tullio Lanese ( “Tu”, dice Moggi al vicepresidente federale Mazzini il 22 settembre, “tienitelo per te, ma domani Lanese viene da me”). Pairetto va a trovare Moggi all’ora di pranzo, e due ore dopo Lucianone chiama il centralino di casa Agnelli ordina una “Maserati in tempi rapidi per un amico importante: quatttro porte”. L’amico importante è Pairetto, che l’ha promessa a un tizio deciso a comprarla in fretta, infatti gli telefona tutto tronfio: “La Maserati è a disposizione, quando rientro chiamo direttamente la Real Casa”. Sarà pronta in dieci giorni al massimo, mentre – dice orgoglioso Pairetto al figlio – per i clienti normali “ci vuole un anno per avere il Maserati: io gli ho telefonato e il giorno dopo mi ha detto che è già pronto!”
Nonostante tutto quello che ha da fare, Lucianone riesce anche a istruire i moviolisti televisi. Tra una telefonata e l’altra, un affare e l’altro un occhio alla famiglia e uno agli amici, ecco che da una tv privata un anonimo opinionista lo chiama per sapere come trattare l’arbitro Trefoloni: “Ha regalato un rigore alla Lazio”. E Lucianone, che è nato nella provincia di Siena, mentre Trefoloni è del capoluogo, non ha incertezze:”Bisogna trattarlo bene”. Poi c’è il moviolista del “Processso” di Biscardi, che dal 2004 ha inaugurato in trasmissione la “patente a punti” per gli arbitri. Il moviolista è Fabio Baldas, ex arbitro e soprattutto ex designatore: sotto la la sua sciagurata gestione nel 1997-98 la Juve ha vinto uno degli scudetti più chiacchierati, culminato nelo scandalo del rigore negato a Ronaldo in Juve-Inter (1-0) del 26 aprile 1998, arbitro il livornese Ceccarini (Baldas fu sostituito a fine campionato da Bergamo).
Con Baldas, Lucianone è senza freni: "Allora, te devi salvare Bertini, Dattilo, e Trefoloni… Sul Milan puoi battere quanto ti pare”. Baldas non può dirgli di no: da Biscardi, dopo l’infelice conclusione della sua carriera di dirigente arbitrale, ce l’ha piazzato Lucianone. Baldas prova a obiettare: “Gli arbitri hanno fatto degli errori, con la patente a punti qualcosina dobbiamo tirara via a Trefoloni e Dattilo, magari un punto. Dimmi tu cosa devo fare e io nei limiti del possibile faccio”. Ma Moggi è inflessibile: “A Dattilo, Trefoloni e Bertini va dato un punto in più: anziché venti, ventuno! Poi, ci sentiamo dopo la trasmissione”.
Poi Baldas si fa Fracchia e gli rammenta un fax che gli ha spedito da qualche tempo: “Pensi di riuscire a far qualcosa per me, per farmi fare qualche partita di serie A? Ti prego, ricordati di me nelle tue preghiere”. E Lucianone, benedicente: “Ma io mi ricordo sempre di tutti, non c’è bisogno di pregare”.

giovedì 24 aprile 2008

RESISTENZA PARTIGIANA -PARTE II-

Alcune cifre sulla Resistenza
Secondo diverse fonti il numero di partigiani, partendo dalle poche migliaia dell'autunno del 1943, raggiunse alla fine della guerra una consistenza di circa 300.000 uomini. Molti studiosi pongono però dei dubbi sul reale numero di partigiani attivi alla fine della guerra, riportando cifre ben più modeste relative agli uomini e alle donne impegnati direttamente nella lotta armata, sostenendo che tra i circa 300.000 che si definiranno partigiani dopo il 25 aprile molti siano semplicemente simpatizzanti della resistenza che, pur non partecipando direttamente alle azioni partigiane, avevano fornito (rischiando comunque la vita) supporto e rifugio e che in alcuni casi vennero conteggiati tra i partigiani anche ex-fascisti ed ex-repubblichini saliti sul carro del vincitore grazie a conoscenze, alla corruzione o alla delazione di altri sostenitori della dittatura fascista o sostenitori della Repubblica Sociale Italiana (secondo le loro indicazioni non necessariamente veritiere).
Va ricordato poi che dopo il bando del febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte per i renitenti alla leva e ai disertori, seguito nell'aprile dello stesso anno da un altro decreto che estendeva la pena di morte anche a chi aveva dato appoggio o rifugio alle brigate partigiane, e dopo diversi casi di arruolamenti forzati da parte di soldati della RSI, molti giovani preferirono cercare rifugio tra le formazioni partigiane rispetto al partire per una guerra che non condividevano (e che molti ritenevano ormai persa) o al rischiare di essere catturato e giustiziato in città insieme ai propri familiari colpevoli di avergli dato rifugio, pur non condividendo sempre gli orientamenti politici che animavano chi aveva dato vita a queste formazioni.
Alla lotta partigiana in Italia aderirono anche alcuni gruppi di disertori tedeschi, il cui numero è difficile da valutare in quanto, per evitare rappresaglie contro le loro famiglie residenti in Germania, usavano nomi fittizi e spesso venivano considerati dai loro reparti d'origine come dispersi e non disertori per una questione d'immagine. Un caso emblematico di adesione alla lotta partigiana è quello del capitano Rudolf Jacobs.In certe zone vi fu anche la presenza, notevole, di soldati sovietici passati dopo la fuga dai campi di prigionia, con i partigiani, casi eclatanti sono Fëdor_Andrianovič_Poletaev e Nikolaj Bujanov, entrambi decorati con medaglia d'oro al valor militare.
Lapide ad ignominia
Piero Calamandrei, presso il Comune di Cuneo, 1952.Lo stesso testo appare dal 12 agosto 1993 su una lapide nella piazza di S.Anna di Stazzema, luogo dell'eccidio del 12 agosto 1944.

Lo avrai camerata Kesselringil monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio non colla terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità non colla neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono non colla primavera di queste valli che ti videro fuggire.Ma soltanto col silenzio dei torturati. Più duro d'ogni macigno soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo.Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroveraimorti e vivi collo stesso impegno popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre RESISTENZA

Si calcola che i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) siano stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati ed invalidi; tra partigiani e soldati regolari italiani caddero combattendo almeno in 40.000 (10.260 della sola Divisione Acqui impegnata a Cefalonia e a Corfù);
Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare.
Dei circa 40.000 civili deportati, per la maggior parte per motivi politici o razziali, ne torneranno solo 4.000. Gli ebrei deportati nei lager furono più di 10.000; dei 2.000 deportati dal ghetto di Roma il 16 ottobre '43 tornarono vivi solo in quindici.
Tra i soldati italiani che dopo l'8 settembre decisero di combattere contro i nazifascisti sul territorio nazionale continuando a portare la divisa morirono in 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000), ma molti dopo l'armistizio parteciparono alla nascita delle prime formazioni partigiane (che spesso erano comandate da ex ufficiali).
Furono invece 40.000 i soldati che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu deportato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione.
Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la resistenza, ebrei e cittadini comuni.

Processi e copertura ai nazifascisti nel dopoguerra

Per diversi motivi molti procedimenti giudiziari relativi a queste stragi non furono mai portati avanti, in parte a causa di tre successive amnistie. La prima intervenuta il 22 giugno 1946 detta "amnistia Togliatti"[1]; la seconda approvata il 18 settembre 1953 dal governo Pella che approvò l'indulto e l'amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per i tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948,[2]; la terza approvata il 4 giugno 1966.[3]Inoltre la Germania Ovest era dal 1952 alleata con l'Italia sotto l'ombrello della NATO, per cui non risultava politicamente opportuno dare risalto ad episodi ormai ritenuti parte del passato coinvolgenti cittadini tedeschi.C'era poi il rischio giudicato imbarazzante per le istituzioni italiane che il precedente di un processo in cui si chiedeva la consegna dei criminali di guerra tedeschi avrebbe poi obbligato l'Italia a consegnare a Stati esteri o a processare internamente i responsabili di crimini di guerra commessi dalle forze italiane durante il ventennio fascista e il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sia in territorio nazionale che straniero, molti dei quali dopo la guerra erano stati riassorbiti all'interno dell'esercito o delle pubbliche amministrazioni.
Infine durante gli anni sessanta seicentonovantacinque fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia vennero, per le ragione sopraesposte, "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita.
Solo nel 1994, durante la ricerca di prove a carico di Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l' Armadio della Vergogna) e alcuni dei procedimenti furono riaperti, ad esempio quello a carico di Theodor Saevecke, responsabile della strage di Piazzale Loreto a Milano, ove furono fucilati per rappresaglia 15 tra partigiani ed antifascisti. La maggior parte delle indagini e delle denunce contenute nei fascicoli non portarono tuttavia ad un processo, poiché molti degli indagati risultarono essere non perseguibili in quanto già morti o per l'intervenuta prescrizione dei reati loro ascritti.

La transizione tra la fine delle guerra e l'elezione del nuovo parlamento

Con l'avanzare del territorio liberato il potere fu preso dai partiti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale CLN, che coordinavano la resistenza, una coalizione di 6 partiti uniti nella Resistenza: azionisti, comunisti, democristiani, demolaburisti, liberali, e socialisti.
Il Comitato esprimeva i governi e attraverso il Comando unificato coordinava la Resistenza. I governi che guidarono l'Italia nel trapasso furono i governi di Ivanoe Bonomi, presidente del Consiglio dal 18 giugno 1944 al 26 aprile 1945 e Ferruccio Parri, presidente dal 21 giugno 1945 al 4 dicembre 1945 preposti dal Comitato di Liberazione Nazionale CLN.
Nell'Italia liberata questi governi ottennero progressivamente il controllo dell'apparato civile e militare dello stato, in aggiunta al controllo delle forze della Resistenza di cui ab origine disponevano, avevano quindi poteri assai vasti, quasi dittatoriali.
Tuttavia nel trapasso tra la guerra e la formazione della repubblica costituzionale, vi furono dei momenti complessi, nei quali essi furono spesso scavalcati dalle singole componenti che li esprimevano.

Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza
« Molta rabbia si era accumulata negli animi. Era impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la Liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era avvenuto prima e con il clima infuocato dell'epoca. I fascisti non hanno titolo per fare le vittime. »
(Ermanno Gorrieri)

Diverse fonti stimano nell'ordine delle poche decine di migliaia le vittime di parte fascista delle esecuzioni ordinate dalle formazioni resistenziali (comprese le condanne a morte di esponenti del partito fascista decise dal CLNAI subito dopo la liberazione di Milano) o eseguite da gruppi ed elementi facenti riferimento al movimento partigiano, ma di fatto non si hanno cifre precise su questi fatti.
I governi espressione della Resistenza adottarono una serie di provvedimenti per identificare i responsabili di abusi (o presunti tali) ed efferatezze commesse negli anni di guerra. Furono creati organi di indagine e tribunali specifici per sanzionare tali comportamenti: erano Corti d'Assise straordinarie sotto la presidenza di un giudice di ruolo nominato dai presidenti delle Corti d'Appello (anche Oscar Luigi Scalfaro ne fece parte). Essi agirono con prontezza e severità, si ebbero numerose condanne a morte (eseguite) o a lunghe pene detentive.
I governi dell'Italia liberata furono spesso scavalcati fu nel comportamento di partigiani che non volevano smobilitare, non accettando una normalizzazione che dava impunità a numerosi criminali fascisti. Essi usarono il potere locale, che si erano guadagnati nella lotta di liberazione, autonomamente e spesso in contrasto con le direttive del governo espressione del Comitato di Liberazione Nazionale per effettuare una serie di esecuzioni, che proseguirono circa fino al 1949.
Successivamente alla "normalizzazione" post-bellica, anche un alcuni partigiani vennero sottoposto a processi per presunte "stragi" e "assassinii" compiuti nella Liberazione: il tema della persecuzione dei partigiani da parte della magistratura e delle forze politiche su cui si fondava la giovane repubblicana divenne un simbolo per molte forze di sinistra, soprattutto causa lo stridente contrasto con l'impunità di cui godettero la maggior parte degli ex-fascisti che si erano macchiati di reati simili, quando non più gravi.
Le vendette colpirono principalmente chi si era reso responsabile dei massacri del periodo squadrista, dell'entrata in guerra del Paese con le tragedie che ne sono conseguite, della deportazione di decine di migliaia di italiani in Germania (circa 650 000 militari e 40 000 civili, tra cui 7 000 ebrei), delle torture e delle persecuzioni anche indiscriminate condotte dagli occupanti nazisti e dai loro alleati "repubblichini", tuttavia non mancarono violenze di altro tipo che sfruttarono le tensioni dell'immediato dopoguerra solo come copertura.
Le ragioni di questi comportamenti sono molteplici, si può ritenere che i partigiani temessero da parte dello Stato una punizione poco efficace o peggio una totale impunità verso i gerarchi fascisti che si erano macchiati di efferate azioni contro il popolo italiano, da cui nacque la sensazione di resistenza tradita.
Questi timori risultarono spesso fondati (quasi sempre nel caso degli organi militari e di polizia), in quanto i governi successivi effettuarono una de-fascistizzazione molto blanda soprattutto nella pubblica amministrazione, provocata da necessità politiche di pacificazione nazionale che ebbero il loro culmine nell'amnistia firmata dall'allora Ministro di Grazia e Giustizia Togliatti il 22 giugno 1946 seguita, il 7 febbraio 1948, da un decreto del sottosegretario alla presidenza Andreotti con cui si estinguevano i pochi giudizi ancora in corso dopo l'amnistia.
Si possono citare tra i tanti esempi il caso del fascista commissario-torturatore Gaetano Collotti (capo della famigerata "banda Collotti" attiva nel Nord-Est), premiato dopo la guerra con un'onorificenza militare(per questo motivo Ercole Miani torturato proprio da Collotti rifiutò la medaglia d'oro al valor militare,assegnatagli postuma); il caso del funzionario di polizia che aiutò a stendere gli elenchi per la strage delle fosse Ardeatine che fece carriera dopo la Liberazione; il caso analogo dei funzionari fascisti che collaborarono alla cattura di Giovanni Palatucci (il commissario di polizia che aiutò la fuga di migliaia di ebrei); il caso del comandante della X MAS della RSI Junio Valerio Borghese, i cui uomini si erano macchianti di numerosi ed efferati crimini durante la repressione della lotta partigiana, che venne condannato a soli dodici anni di carcere per "collaborazionismo" di cui nove furono condonati per interessamento e pressioni dei servizi segreti statunitensi che lo avevano arruolato, permettendo la sua scarcerazione subito dopo il processo e il suo ingresso nella vita politica del paese come presidente onorario del MSI.
Va anche ricordato che numerose bande armate fasciste operanti durante la RSI furono composte essenzialmente da efferati criminali e che numerosi effettivi delle forze armate fasciste si fecero strumento dei nazisti, talora al di là degli stessi desideri dei loro padroni, consumando innumerevoli atti di indicibile ferocia.

Le diverse anime della Resistenza
Va sottolineato che la Resistenza antinazista fu un fenomeno generale, presente in quasi tutti i paesi controllati dalla Germania, a partire dalla Francia e che la parte finale della guerra vide il convergere sulla Germania dei sovietici da est e degli Alleati da ovest.
Nella fase finale della guerra essi erano ancora alleati ma si vedevano chiare le tensioni per la suddivisione dell'Europa post-bellica in sfere di influenza, sia militare sia economica sia ideologica e di concezione della forma dello Stato. Nei paesi liberati dai sovietici si impose sempre il loro modello, nei paesi liberati dagli angloamericani si impose sempre il loro.
Non sempre la divisione fissata con agli accordi di Yalta era accettata dalle parti in causa. In due paesi liberati dagli Anglo-Americani, la Grecia e l'Italia, le maggiori forze della Resistenza inclinavano verso il modello sovietico, di cui tra l'altro non erano all'epoca noti alcuni aspetti. Sia in Grecia sia in Italia queste aspirazioni dei comunisti vennero frustrate dall'instaurazione di uno Stato più o meno democratico basato su un'economia di tipo capitalistico.
Viceversa in Jugoslavia l'esercito partigiano guidato da Tito instaurò un regime di tipo comunista nonostante il Paese fosse stato a Yalta parzialmente attribuito al blocco occidentale.
Nella Resistenza italiana vi erano (in forma più o meno esplicitata) due correnti maggiori di pensiero: una che vedeva la Resistenza come braccio armato di un "nuovo Risorgimento" avente lo scopo di espellere dall'Italia i tedeschi e rovesciare i loro alleati fascisti, ripristinando il regime pre-fascista o comunque liberale e democratico, basato su una democrazia parlamentare di tipo occidentale, ed una più decisamente orientata a sinistra, in genere filosovietica, che considerava (pur in contrasto con le indicazioni ufficiali delle direzioni nazionali dei principali partiti di sinistra) la vittoria militare solo un presupposto per un nuovo ordine politico in Italia basato su qualche forma di comunismo, come si pensava sarebbe avvenuto nei paesi assegnati a Yalta all'area di influenza sovietica.
In verità, questa ultima interpretazione della Resistenza non era condivisa da tutti i dirigenti del PCI, in particolare Palmiro Togliatti, aveva impresso a partire dal 1944 (e non senza incontrare una certa opposizione di alcuni elementi della base) una forte moderazione della linea politica del PCI arrivando addirittura (con la cosiddetta svolta di Salerno dell'aprile 1944) a dichiarare secondaria la questione repubblica-monarchia che divideva in quel periodo il fronte antifascista.
Era tuttavia diffusa tra i militanti comunisti l'idea dell'"ora X", ossia l'illusione che dietro l'atteggiamento togliattiano di accettazione della democrazia capitalista si nascondesse un'astuta manovra tattica volta a scatenare, al momento opportuno (l'ora X), un'insurrezione comunista.
Questa parte "rivoluzionaria" della Resistenza, in molti casi militarmente maggioritaria, non considerava finita la sua funzione armata con la vittoria dell'aprile 1945 e la battaglia continuava, assumendo il carattere di lotta rivoluzionaria, eventualmente in forme nuove, con un parziale spostamento dell'identità degli avversari.
Anche da ciò derivò l'elevato numero delle vittime, principalmente fasciste, ma anche appartenenti a brigate partigiane di diverso colore politico (fiamme verdi, democristiani, liberali), preti e in molti casi semplici esponenti delle classi sociali a loro non favorevoli in caso di scontro aperto (perciò si è anche parlato di una forte componente di lotta di classe all'interno del movimento resistenziale).
Nei mesi seguenti si si ebbero fatti sanguinosi, che con intensità calante proseguirono per alcuni anni. Talvolta i responsabili o i semplici accusati di questi omicidi nel dopoguerra trovavano rifugio o venivano fatti espatriare in paesi filosovietici come la Cecoslovacchia o la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia.
Tuttavia i sovietici, rispettando le spartizioni tra i due blocchi prese a Yalta, non promisero alcun appoggio ad un tentativo di presa armata del potere e il risultato negativo del tentativo rivoluzionario in Grecia smorzò molto il movimento. Lo scontro all'interno della sinistra comunista perdurò fino alla elezioni del 18 aprile 1948, quando fu del tutto chiaro che l'Italia era ormai saldamente inserita nel blocco occidentale, contrapposto a quello sovietico nell'ambito della nascente Guerra Fredda.

mercoledì 23 aprile 2008

RESISTENZA PARTIGIANA

In vista del 25 aprile, oggi e domani parlerò della Resistenza, quella fatta dai nostri nonni partigiani, morti per la nostra libertà. Quella Resistenza che Dell'Utri vuole cancellare dai libri di storia, magari mettendoci la resistenza di Mangano di fronte a i giudici...
E' per la memoria dei valori difesi dai nostri nonni che oggi, sia pure non mettendo la nostra vita in repentaglio, noi ancora Resistiamo contro questo nuovo fascismo, più subdolo, che non ti uccide il corpo ma l'anima e la mente.

Tratto da http://www.wikipedia.it/

« Tu non sai le colline dove si è sparso il sangue.Tutti quanti fuggimmo tutti quanti gettammol'arma e il nome. »
(Cesare Pavese, da La terra e la morte 9 novembre 1945)

Nel corso della seconda guerra mondiale, la Resistenza italiana (chiamata anche Resistenza partigiana o più semplicemente Resistenza) sorse dall'impegno comune delle ricostituite forze armate del Regno del Sud, di liberi individui, partiti e movimenti che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell'Italia da parte della Germania nazista, si opposero - militarmente o anche solo politicamente - agli occupanti e alla Repubblica Sociale Italiana, fondata da Benito Mussolini sul territorio controllato dalle truppe germaniche.
Il movimento resistenziale - inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazista - fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici). I partiti animatori della Resistenza, riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra.
La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica italiana. Infatti, l'Assemblea costituente, eletta il 2 Giugno 1946 contestualmente allo svolgimento del referendum istituzionale, fu in massima parte composta da esponenti dei partiti del CLN (PCI, PSIUP, DC) che, in tale veste, elaborarono la Costituzione, ispirata ai princìpi della democrazia e dell'antifascismo.

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955).

Alla Resistenza presero parte gruppi organizzati e spontanei di diverse estrazioni politiche, uniti nel comune intento di opporsi militarmente (ove possibile collaborando con le truppe alleate) e politicamente al governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e degli occupanti nazisti tedeschi. Ne scaturì la "guerra partigiana", conclusasi il 25 aprile 1945, quando l'insurrezione armata proclamata dal Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia (CLNAI) consentì di prendere il controllo di quasi tutte le città del nord del paese. Era l'ultima parte di territorio italiano ancora occupata dalle truppe tedesche in ritirata verso la Germania e soggetta all'azione repressiva delle formazioni repubblichine della Repubblica Sociale Italiana cui il movimento partigiano opponeva la propria resistenza. La resa incondizionata dell'esercito tedesco si ebbe il 29 aprile, anche se in alcune città come Genova le forze tedesche si erano già arrese alle milizie partigiane nei giorni precedenti.
Per estensione, viene da taluni chiamato "Resistenza" anche il periodo che va dagli anni trenta (in cui presero vita i primi movimenti) alla fine della guerra, inglobando nel concetto di resistenza ogni forma di opposizione alla dittatura di Benito Mussolini. Si potrebbe affermare addirittura l'esistenza di un movimento resistenziale ante litteram consistente nell'opposizione anche armata all'ascesa del fascismo e alle violenze squadriste, tentata negli anni venti in particolare dalle forze di sinistra (socialisti, comunisti, anarchici, sindacati).

LE OPPOSIZIONI AL REGIME
Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di responsabilità da parte di Mussolini, l'Italia si incammina verso un regime dittatoriale. Il sempre maggiore controllo e le persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di confino, spinge l'opposizione ad organizzarsi in clandestinità in Italia e all'estero, creando una rudimentale rete di collegamenti e gettando le basi per una struttura operativa potenzialmente armabile.
Le attività clandestine tuttavia non producono risultati di rilievo, restando frammentate in piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o almeno di minacciare il regime se si esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra la comunità degli esuli antifascisti, che però di rado raggiungevano le masse. Le uniche forze che mantengono una pur labile struttura clandestina in patria sono quelle legate ai comunisti.
Solo la guerra, e in particolare lo sfascio dello Stato innescato dai fatti dell'estate del 1943, offre ai clandestini l'occasione di entrare in contatto (magari immediato) fra loro, in ciò aiutati talvolta dalle forze angloamericane che ne compresero la strategica importanza per le sorti del conflitto e che provvidero ad armarle e aiutarle anche per gli aspetti logistici. Gli esponenti della Resistenza comprendevano allora i militanti dei partiti di sinistra, i repubblicani e i popolari che erano stati perseguitati dal fascismo all'inizio degli anni venti e altre forze di carattere liberale che erano state defenestrate col consolidamento del regime dittatoriale.

Il CLN
Il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome, fu successivamente principalmente organizzato dal Comitato di liberazione nazionale (CLN), diviso in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) con sede nella Milano occupata e il CLNC (Comitato di Liberazione Nazionale Centrale). Il CLNAI, presieduto da 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni, coordinò la lotta armata nell’Italia occupata, condotta da brigate e divisioni, quali le Brigate Garibaldi, costituite su iniziativa del partito comunista, le Brigate Matteotti, legate al partito socialista, le Brigate Partito d'Azione, le Brigate Autonome, composte principalmente di ex-militari e prive di rappresentanza politica, talvolta simpatizzanti per la monarchia e spesso legate ad idee imperialiste, riportate come badogliani, ma talvolta anche dichiaratamente apartitiche come l'XI Zona Patrioti guidata dal Comandante Manrico Ducceschi ("Pippo").
Al di fuori del controllo del CNL e dei partiti che vi si riconoscevano, agirono altri piccoli gruppi partigiani, come i trockijsti di Bandiera Rossa Roma, di cui ben 68 appartenenti vennero fucilati alle Fosse Ardeatine.
Specialmente nel periodo dall'8 settembre 1943 (data della proclamazione dell' armistizio e conseguente proclama Badoglio) al 25 aprile 1945 il territorio italiano occupato dai nazisti visse una vera e propria guerra nelle retrovie. L'azione della Resistenza italiana come guerra patriottica di liberazione dall'occupazione tedesca, implicava anche la lotta armata contro i fascisti e gli aderenti alla RSI che sostenevano gli occupanti.

Il ruolo giocato nella guerra
Ad essere coinvolti in quella che viene anche chiamata guerra partigiana, si calcola siano stati dalle poche migliaia nell'autunno del 1943 fino ai circa 300.000 dell'aprile del 1945 gli uomini armati che, specialmente nelle zone montuose del centro-nord del Paese, svolsero attività di guerriglia e controllo del territorio che via via veniva liberato dai nazifascisti.
Nell'Italia centro-meridionale il movimento partigiano non ebbe altrettanta crucialità militare, sebbene nelle aree conquistate dagli Alleati nella loro avanzata verso settentrione si riunissero i principali esponenti politici che da lontano coordinavano le azioni militari partigiane, insieme alle armate alleate. Infatti l'esercito anglo-americano aveva sospinto sulla linea Gustav già dal 12 ottobre 1943 le forze tedesche che risalivano verso il nord.
Con mezza penisola liberata e la restante parte ancora da liberare, con violente tensioni sociali ed importanti scioperi operai che già nella primavera del 1944 avevano paralizzato le maggiori città industriali (Milano, Torino e Genova), le popolazioni del nord Italia si preparavano a trascorrere l'inverno più lungo e più duro, quello del 1945. Sulle montagne della Valsesia, sulle colline delle Langhe e sulle asperità dell'Appennino Ligure le formazioni partigiane erano ormai pronte a combattere.

I GAP e le SAP
Nelle città cominciarono a costituirsi nuclei partigiani clandestini denominati GAP (Gruppi di azione patriottica) formati ognuno da pochi elementi pronti a svolgere azioni di sabotaggio e di guerriglia nonché di propaganda politica. Accanto ad essi, nei principali centri urbani sorsero all'interno delle fabbriche le SAP (Squadre di azione patriottica), ampi gruppi di sostegno alle formazioni partigiane belligeranti, con l'obiettivo specifico di rendere più ampia possibile la partecipazione popolare al momento insurrezionale. Attriti sorsero, però, a questo punto su quale sarebbe stato per il movimento partigiano l'interlocutore privilegiato, politico o militare che fosse, italiano oppure alleato.
Sotto questo aspetto a poco era servita la militarizzazione "ufficiale" dei partigiani, avvenuta nel giugno 1944 con l'istituzione - riconosciuta sia dai comandi militari alleati che dal governo nazionale - del Raffaele Cadorna Jr, con vicecomandanti l'esponente del Partito Comunista Italiano Luigi Longo e quello del Partito d'Azione Ferruccio Parri).
Mentre si cominciava comunque a guardare al futuro, un altro punto di contrasto era costituito, appunto, da quello che sarebbe accaduto nel dopoguerra, che veniva avvertito ormai come prossimo. Se da un lato la guerra di liberazione accomunava diverse forze politiche, sia pure nella clandestinità e nella diversità ideologica, l'obiettivo successivo - la nuova Italia - era fonte di divergenza: i partiti della sinistra - peraltro divisi al loro interno - paventavano particolarmente un ripristino dello stato liberale prefascista; dal canto suo, il Partito d'Azione sosteneva la necessità che alle organizzazioni partigiane venisse attribuito un ruolo di rilievo nell'edificazione di una nuova democrazia in grado di sovvertire il vecchio ordinamento monarchico. La monarchia, del resto, continuava ad essere sostenuta anche dai gruppi partigiani che si riconoscevano nell'ala democratico-cristiana, liberale ed autonoma, oltre che dai soldati dell'esercito che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana.

Dall'insurrezione alla liberazione
Il 19 aprile, mentre gli Alleati dilagavano nella valle del Po, i partigiani su ordine del CLN diedero il via all'insurrezione generale. Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste si sbandavano e le truppe tedesche allo sfacelo battevano in ritirata. Si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall'inizio del 1945 e i cui vertici si preparavano alla resa agli Alleati.
Molti centri (quali Torino, Genova e Bologna) vennero liberati ancora prima dell'arrivo degli alleati, rendendo l'avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell'esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. Tra essi e le forze partigiane avvennero talvolta vere e proprie battaglie (come a Firenze nel settembre 1944), ma solitamente la loro resistenza si ridusse a una disorganizzata guerriglia, per esempio a Parma e a Piacenza.
Il 27 aprile 1945, Mussolini, indossante la divisa di un soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme all'amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.
Il 29 aprile la resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari.
Il 30 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia ebbe a commentare che
« la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali. »
Il 2 maggio il generale britannico Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito e le armi in gran parte consegnate, in tempi diversi nei vari luoghi in dipendenza dell'avanzata dell'esercito alleato, della liberazione progressiva del territorio nazionale, e del conseguente passaggio di poteri al governo italiano; una parte delle forze partigiane fu arruolato nella polizia ausiliaria ad hoc costituita.

martedì 22 aprile 2008

Terremoto RAI?

Tratto da http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/retroscenaraituttiinomichisalechirestachiscendechitremaspeciale210408.html?pg=1

Colpo di scena alla Rai. La vittoria del Centrodestra provocherà presto un vero e proprio tsunami ai massimi vertici della televisione di Stato. Secondo indiscrezioni raccolte da Affaritaliani.it, il nuovo direttore del Tg1 al posto di Gianni Riotta (in partenza, destinazione probabile il Corriere della Sera) sarà Mauro Mazza, attuale direttore del Tg2. Una vittoria quindi di Alleanza Nazionale e di Gianfranco Fini. Ma i colpi di scena non finiscono qui. Maurizio Belpietro è pronto ad andare alla guida del Tg5 (per questo avrebbe scelto come vice a PanoramaMario Sechi, per poi lasciargli la direzione) e Clemente Mimun verrebbe dirottato ai vertici della seconda rete, al posto del leghista Antonio Marano (per il quale si profila un altro incarico in Rai). Alla direzione del Tg2, al posto di Mazza, è in arrivo un leghista. O Gianluigi Paragone, ex direttore de la Padania e attualmente a Libero, oppure Milo Infante, milanese doc, amico di Feltri e conduttore del pomeriggio all’Italia sul Due.Negli ambienti vicini al Pdl - riporta il sito http://www.diacoblog.com/ - si fa un solo nome per la Direzione Generale della Rai: è quello di Mauro Masi, già Vicesegretario Generale della Presidenza del Consiglio (nel governo Berlusconi) e già Capo Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria. Masi è stimato un po' da tutti, a destra e sinistra. Sponsorizzato abbondantemente da quell’uomo per bene e molto infuente che è Gianni Letta, Masi si prepara a “governare” la Rai con l’accordo di Veltroni e Berlusconi. Alla Presidenza di Viale Mazzini rimarrebbeClaudio Petruccioli.

IL TERREMOTO IN RAI - La netta vittoria del Centrodestra alle elezioni politiche modificherà in modo radicale, entro il termine di quest'anno, l'organigramma della Rai. C'è chi si aspetta una promozione, chi lascerà il posto, chi trema e chi spera di spiccare il volo. Una fonte interna alla televisione pubblica - massimi livelli - rivela ad Affaritaliani.it che cosa, probabilmente, accadrà nei prossimi mesi. Il primo punto è il consiglio di amministrazione, in scadenza a fine maggio. Il Partito Democratico sta tentando di rinviare il rinnovo a settembre, ma la nuova maggioranza parlamentare intende accelerare e procedere al ricambio entro il mese di luglio. Il presidente, ovviamente di garanzia, spetta all'opposizione, anche perché deve essere votato con i due terzi dei componenti della Vigilanza. E tutto lascia intendere che verrà riconfermato Claudio Petruccioli. Per quanto riguarda gli altri otto consiglieri, la legge prevede che sette vengano nominati dalla Commissione di Vigilanza Rai e uno dall'azionista di maggioranza, ovvero il ministero dell'Economia guidato da Giulio Tremonti. Il rapporto di forze sarà di cinque a quattro a favore del Centrodestra, di conseguenza tre saranno scelti tra l'opposizione (più Petruccioli) e quattro tra le fila del Popolo della Libertà-Lega, ai quali si aggiungerà il fedelissimo di Via XX Settembre.

Riconfermatissima la leghista Giovanna Bianchi Clerici. Umberto Bossi non ha alcun dubbio: ha lavorato bene e deve restare nel cda, anche perché con il nuovo scenario è possibile rilanciare la battaglia per ampliare la sede milanese. In partenza sicuramente Gennaro Malgieri, in quota An, eletto in Parlamento che verrà sostituito da un altro esponente gradito a Gianfranco Fini.
La prima nomina del nuovo consiglio di amministrazione sarà il direttore generale, dal quale dipendono poi tutti gli altri spostamenti, che vengono proposti dal d.g. e ratificati dal cda. Claudio Cappon, troppo vicino all'esecutivo uscente, è in uscita, su questo punto non ci sono dubbi. Difficile ma non impossibile un clamoroso ritorno di Agostino Saccà, attualmente alla guida di Rai Fiction, dovendo ancora risolvere la nota vertenza con l'azienda e considerando il fatto che comunque andrebbe in pensione all'inizio del 2009. Per la direzione generale in pole position c'è Fabrizio Del Noce, gradito al presidente del Consiglio in pectore, che lascerebbe così vuota la poltrona di direttore della prima rete per un altro esponente vicino a Forza Italia.

Tutti gli altri cambiamenti - assicurano da Viale Mazzini - non avverranno subito ma dopo l'estate, a partire da ottobre e comunque entro Natale. Il leghista Antonio Marano dovrebbe restare al suo posto alla guida di Rai Due, anche se non è esclusa una promozione (considerando il probabile arrivo di Mimun). Per quanto riguarda la terza rete, Paolo Ruffini sembra destinato a continuare il suo lavoro. Passando ai telegiornali, Gianni Riotta (Tg1) pare proprio che voglia a tutti i costi la direzione del Corriere del Sera, quindi, nonostante il giudizio sia positivo, molto probabilmente lascerà l'azienda. Mauro Mazza, direttore del Tg2, pare destinato, come detto, a spostarsi alla guida dell'ammiraglia Rai. Antonio Di Bella ha già le valigie pronte per trasferirsi alla guida della sede di New York, in tempo per seguire le elezioni presidenziali Usa. Al suo posto un altro esponente di Centrosinistra, ovviamente di area Pd. Non è nemmeno esclusa una promozione di Bianca Berlinguer alla direzione del Tg3. Non dovrebbe essere a rischio Antonio Caprarica, numero uno di Radio Rai. Ci sono poi moltissime altre caselle minori o intermedie che sono vuote o gestite ad interim e che verranno riempite.In ascesa Guido Paglia, direttore della Comunicazione, Relazioni Esterne e Istituzionali. In calo le quotazioni di Giuliana Del Bufalo, responsabilie Comunicazione e Immagine. In stand-by Giuseppe Nava, numero uno dell'ufficio stampa. Nello staff del direttore generale sono a rischio Nicola Claudio e Luca Santoro. A tremare è anche la poltrona di Giancarlo Leone, vicedirettore generale per il coordinamento e l'offerta.
Nel settore risorse umane e organizzazione salgono Alessandro Zucca e Guglielmo Lucioli, mentre scendono Luciano Flussi, Paolo Bianco e Alessandro Pagano. Finanzia e pianificazione, in uscita Mario Capello. A tremare è Tiberio Timperi, al fianco del perdente numero uno Pippo Baudo, che oltre a fare i conti con i pessimi ascolti di un Festival di Sanremo ormai destinato a Paolo Bonolis, faticherà a resistere pure nella trincea domenicale. Anche il reginetto della tv del pomeriggio Michele Cucuzza deve aver calcolato male i tempi della svolta democratica, col pamphlet sui ragazzi di Locri. Ora incalzano per il suo posto Massimo Gilletti e la nuova stellina delnociana Caterina Balivo.
Sono poi noti la vicinanza con gli ambienti di Fini del redivivo Cristiano Malgioglio e della nuova divetta mattiniera Eleonora Daniele. La presa della Lega, ormai totale alla Rai di Milano, non si vede solo da un concerto estivo in dialetto comasco con il cantautore del folk padano Van Der Sfroos, o dall’ascesa del milanesissimo e feltriano conduttore del pomeriggio Milo Infante all’Italia sul Due. Marano vuol dire anche la pattuglia dei vari conduttori genere radio milanese pop, Facchinetti jr, Nicola Savino, il cantautore Enrico Ruggeri e così via. Ma soprattutto la tv di Marano è Simona Ventura, e un rapporto consolidato con la Magnolia di Giorgio Gori, che pure è considerato il produttore più vicino ai Democratici: così si salverà di nuovo anche il reality 'L’Isola dei Famosi'.

lunedì 21 aprile 2008

MEMORIAL 'CALCIOPOLI' - PARTE X -

Gli arbitri sono l’ossessione di Moggi e Giraudo. Il 17 settembre, dopo i primi errori del campionati 2004-2005, Carraro strapazza Bergamo: le prime polemiche arbitrali lo infastidiscono. Moggi se la ride con Giraudo: “Ha fatto una cazziata all’Atalanta(cioè Bergamo), che è colpevolissimo!” Poi chiama Bergamo e lo rincuora: “Martedì vieni a casa da Giraudo? Ti devo dire quel che mi ha detto Carraro, ce l’ha con te di brutto”. Bergamo è ancora “incazzato nero” con il presidente per “come mi ha trattato, mi ha levato il rispetto”, e cova propositi di vendetta: “Gliela faccio pagare…non so quanto resisto ancora, gli fo fare una figura sui giornali che si deve vergognà per tutta la vita”. Lucianone tenta di placarlo: “Stà calmo, ci ho parlato io, ormai è superato, dai su…L’aggiusto io, non ti preoccupà, ho già messo tutto a posto io…Vediamocì martedì alle 7,30 a casa di Antonio”. La cena si svolge martedi 21 settembre 2004, alla vigilia di Sampdoria-Juve. Pare che partecipi anche Pairetto, che alle 22.36 telefona al figlio(in lontananza si sente la voce di Moggi) per farsi leggere “il calendario di sabato-domenica”, quarta di campionato.
Evidentemente i due designatori ne stanno parlando con i massimi dirigenti della Juve.
Sampdoria-Juventus. Il lunedì prima del match, previsto di mercoledì, vengono sorteggiati gli arbitri. Lucianone chiama Pairetto: “ Ma che, fate oggi i sorteggi?”. Pairetto: “Sì, adesso ….Comunque, abbiamo impostato bene, stiamo definendo, è tutto ok…Tutto avanti…A dopo”.
Un’ora dopo, una donna dalla Federazione chiama Moggi , forse è la Fazi: “Sono usciti gli arbitri per mercoledì”; e lui: Si si, ma li conosco già: abbiamo Dondarini” la donna è stupita: “Ah, li conosce già? Sì, Dondarini, esatto…” L’indomani un emozionatissimo Dondarini chiama Pairetto per ringraziarlo: “ Mi raccomando, Donda… Che non ci salti tutto,eh? Fai una bella partita, che lo sai che lì sono sempre…” Dondarini: “ Particolari”. Pairetto: Infatti, quindi con cinquanta occhi ben aperti…per vedere anche quello che non c’è, a volte…So che arbitrerai benissimo”. Dondarini: “Guarda, veramente, non ho parole, ti ringrazio, sono senza parole…grazie mille”. Pairetto: “Davvero, sai che sono lì con te”. La Juve vince 3-0, il primo gol è su rigore generosamente concesso; all’ultimo minuto il guardalinee segnala un rigore anche per la Samp: fallo in area su Pagano: Il Donda indica il dischetto, ma poi, quando Flachi sta per calciare, cambia idea e trasforma il penalty in corner. Finisce in rissa. L’indomani Dondarini telefona a Pairetto: “Bella battaglia, hai visto? Questi della Samp erano fuori di testa, se non c’erano i giocatori della Juve che mi aiutavano, non so come finiva la partita…Ho dovuto dare un rigore (alla Juve), che era di un netto, Gigi…Emerson mi guarda subito come a dire “Oh, ma questo è rigore” e io tranquillamente fischio e indico il rigore, solo che sai lì nessuno ha capito niente…Il pubblico…Poi per fortuna mi dicono che c’è l’inquadratura dietro la porta che fa vedere che è nettissimo… Non puoi dare un rigore perché è una grossa squadra?” Quanto al rigore dato e poi tolto alla Samp, è tutta colpa del guardalinee: “ Mi ha detto: “Donda, scusami, ho fatto una gran cazzata, non dare il rigore, è solo angolo”. Allora, sul 3-0, gli ho detto: “Ma ormai diamo il rigore”. Ma lui fa: “ No, assolutamente non darlo, perché facciamo una figura di merda”. Alla fine l’episodio non è stato bello, ma è meglio non averlo dato…Credo di averla portata via limitando i danni…”.

Il cuore di Lucianone è grande, gli permette di preoccuparsi di tutti. Perfino di Cesare Previti, l’ex ministro della Difesa condannato per corruzione di magistrati.
In una telefonata Giraudo riferisce a Moggi una confidenza del vice-presidente del Milan, Adriano Galliani, su presunte pressioni di Previti, tifosissimo della Lazio, per aiutare il presidente laziale Claudio Lotito, che ha preso il club indebitatissimo con il Fisco: “Adriano dice che lui ha litigato con Previti, perché l’ha chiamato Previti per dare una mano a Lotito…Previti gli ha detto: Guarda che lo vuole Berlusconi”. Adriano gli ha detto: Allora fammelo dire da Berlusconi , perché se Berlusconi vuole che io dia dei soldi a Lotito, siccome mi sente sempre, non ho ho problemi, ma siccome non me l’ha mai detto…”. Lucianone si offre di intervenire.

sabato 19 aprile 2008

Putin e l'amico Silvio

Tratto da www.voglioscendere.it

Mentre i migliori analisti ed editorialisti del bigoncio continuano a spacciare la favola del Berlusconi “trasformato”, dello “statista che vuol passare alla Storia” con la “rivoluzione liberale” senza ricadere negli “errori del passato”, lui riparte esattamente da dov’era partito nel 1994 (la rissa con Bossi per il ministero dell’Interno è un pezzo di repertorio di 14 anni fa) e da dov’era arrivato nel 2006. In attesa di trasferirsi a Napoli per risolvere da par suo l’emergenza rifiuti, ieri e l’altroieri il Cainano era in una della sue ville, la numero sette, quella in Costa Smeralda, con l’amico Putin.

Per sottolineare la gravità della crisi mondiale, ma anche per evidenziare la dura posizione che assumerà il nuovo governo italiano sulle continue violazioni dei diritti umani in Russia, il futuro presidente del Consiglio si è portato dietro la compagnia del Bagaglino. Una ventina di elementi aviotrasportati dal Salone Margherita a Villa Certosa, fra cabarettisti e ballerine, hanno intrattenuto i due statisti – provvidenzialmente sprovvisti delle rispettive consorti - fino a notte fonda. Senza dimenticare una cantatina con Mariano Apicella, peraltro in fase calante. Nei ritagli di tempo, fra una gag, un balletto e un karaoke, s’è parlato anche di Alitalia, che un mese fa lo Statista voleva regalare ai figli e ad Air One (già pronto il nuovo marchio: Pier One), salvo ripiegare due giorni fa su Air France-Klm (“ne parlerò con l’amico Sarkò”) e ieri su Aeroflot.

Intanto a Roma Enrico Letta perdeva tempo con lo zio Gianni a parlare della compagnia di bandiera, mentre il padrone d’Italia giocava più proficuamente con la compagnia del Bagaglino. Col consueto senso dell’opportunità, il Cainano s’è vantato con l’amico Vladimir di aver espulso dal Parlamento “anche gli ultimi comunisti”: il che, detto a un ex ufficiale del Kgb, fa sempre un certo effetto. Poi è passato al suo argomento preferito: la stampa che rema contro e demonizza. Per un giorno non ha citato l’Unità, ma l’ha almeno pensata: “Farei volentieri il cambio tra stampa russa e italiana”. Battuta felicissima, se si pensa che in Russia i giornalisti di opposizione non si limitano a licenziarli con editto bulgaro: li ammazzano proprio. Data l’età e lo scarso equilibrio di cui dà prova, sarebbe opportuno circondare il Cainano di premurose badanti in grado di sedarlo, con discrezione, quando appare un po’ su di giri e si avventura in discorsi pericolosi. Invece è attorniato da servi, per giunta sciocchi, che fanno “sì sì” con la testa a qualunque stronzata.

E’ stato così anche ieri: anziché praticargli sottobanco una punturina, il suo staff l’ha incoraggiato a proseguire. E così si è consumata la tragedia. Una giornalista, ovviamente russa, ha posto una domanda vera a Putin, a proposito del suo possibile divorzio dalla moglie per coltivare la love story con una giovane e avvenente atleta. L’amico Vladimir l’ha gelata con lo sguardo. L’amico Silvio, non abituato a giornalisti che fanno domande, le ha mimato il gesto del mitra. La malcapitata, che ha negli occhi le immagini di Anna Politkowskaja e altri colleghi assassinati dopo aver parlato male di Putin, è rimasta impietrita. Poi è scoppiata in lacrime, temendo che le resti poco da vivere. A quel punto il Cainano l’ha consolata alla sua maniera: “La prossima volta invitiamo anche lei”. Praticamente le ha offerto un posto al Bagaglino. Chissà perchè la presenza di Putin riesce ogni volta a peggiorare la sua già spiccata volgarità verso il genere femminile.

Il 23 aprile 2004 il quotidiano russo “Kommersant” raccontava la visita di Silvio e Vladimir alla fabbrica Merloni di Lipetsk, 400 km. da Mosca: “Berlusconi era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi a un gruppo di operaie. Poi, rivolto a Putin: ’Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella’. Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata, ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia. E ha scosso l’operaia ridendo, quasi volesse buttarla a terra. L’unica cosa che la donna ha potuto fare è stato rifiutarsi di ricambiare i baci. Putin assisteva alla scena immobile, gelido. Pare che non sopporti più i continui scherzi e giochetti pesanti dell’amico Silvio”.

Stavolta, vista anche l’età, è tutto ancor più triste. Meno slancio, più Viagra. E il progressivo trasferimento della nostra diplomazia dalla Farnesina al Salone Margherita viene festosamente accolto dalla stampa italiana al seguito che, per non disturbare, ha improvvisamente smesso di ricordare chi è Putin, che cosa accade ogni giorno sotto il suo terrificante regime con omicidi politici e arresti di oppositori. Oggi, per comprendere la gravità di quel che è accaduto ieri, è consigliabile la lettura dei giornali stranieri.

Berlusconi fa il gesto del mitra:
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/berlusconi-mima/5.html

venerdì 18 aprile 2008

La Lega ce l'AVEVA duro...

Campionari di articoli apparsi sulla Padania quando Berlusconi era "mafioso" e "pregiudicato".

Gli articoli sono in ordine cronologico

08-07-98 : Berlusconi mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo - Oltre gli "anonimi" flussi finanziari, c'e' un altro mistero da svelare Un impero di prestanome Caro Silvio, perche' li ha usati dal '68 all'84?
21-07-98 : Riciclaggio: sequestrata la contabilita'. Il Cavaliere mette le mani avanti: potrebbero mancare i riscontri A nudo le holding di Berlusconi
21-07-98 :
22-07-98 : articolo dell'Economist in cui "Berlusconi veniva definito senza mezzi termini un "criminale condannato tre volte"
22-07-98 : Bossi : <>
30-07-98 : il 27 marzo del 1994, il Cavaliere entro' direttamente in pista, utilizzando gli organi di informazione di sua proprieta' e riuscendo a trasformare un uomo amico di Craxi, in una verginella politica che avrebbe rappresentato il "nuovo che avanza".
30-07-98 : Il curriculum giudiziario del Cavaliere farebbe invidia a un boss della mala.
30-08-98 : Berlusconi risponde in maniera scomposta. A chi gli domanda pubblicamente spiegazioni , oppone l'ira dei suoi fedelissimi e l'azione dei suoi legali. A chi testimonia presso i magistrati, vedi Rapisarda, querele amplificate da potenti campagne televisive e della carta stampata (tutti mezzi da lui controllati) e infine direttamente ai giudici impressionanti pressioni concentriche a cui portano man forte "legioni" di deputati e senatori di Forza Italia in Parlamento. Di fronte a questo esercito formidabile, che dire? Golia sembrava invincibile.
13-09-98 : Dalla Laguna, Bossi risponde al Cavaliere: un palermitano che parla meneghino. <>. Invece di attaccare, spieghi da dove vengono i suoi soldi
29-09-98 : Svelato il primo grande segreto di Silvio Berlusconi: ecco le Holding fantasma del suo impero - Le sedici casseforti occulte - Ruggeri, autore di saggi sul Cavaliere, racconta la clamorosa scoperta
29-09-98 : Cavaliere, avete risposto ufficialmente, circa 10 giorni fa, alle indiscrezioni di stampa sull'esistenza delle "38 Holding Italiane" dichiarando che tale notizia e' falsa e priva di ogni fondamento.Male, signor Berlusconi, molto male. Come le ben sa, avete detto una menzogna.
29-09-98 : Scoperto questo dedalo sotteraneo, nascosto da lei, Cavaliere, per tutti i 17 anni indietro da oggi, sia certo che non molleremo l'inchiesta, anzi. Ossequi alla "famiglia". - MAX PARISI.
13-10-98 : Ma dietro a Berlusconi si vedono chiaramente i fili che fanno muovere il pupazzo di Arcore: sono quelli dei poteri occulti in odor di mafia, le cui radici si innestano a Palermo, mentre i rami fanno ombra su tutto il Nord.
27-10-98 : Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega: il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore e' palermitano <> Lo tengono in piedi perche' rappresenta i loro interessi al Nord, e' il loro "figlio di buona donna"
24-02-99 : Il Senatur replica duramente alle affermazioni del Cavaliere che torna ad attaccare la Lega - Bossi: il piduista non ci fermera' - Berlusconi in Veneto straparla: "I leghisti sono il mio popolo"
24-03-99 : C'e' anche questo - Silvio: Scalfaro dica che non sono mafioso
03-10-99 : Roberto Maroni replica al Cavaliere che aveva attaccato i ministri leghisti del suo esecutivo - Berlusconi, metodi mafiosi - "Se gli si tolgono gli strumenti della politica-fiction, si sgonfia subito"
25-11-99 : Par Condico Ante Litteram: drastico decreto del '57 - C'e' una legge inapplicata: Berlusconi e' ineleggibile
29-02-2000 : Giulio Tremonti sgombra ogni equivoco: non esistono patti segreti Accordo Lega-Polo: tutto alla luce del sole

Se la Lega fosse ancora così...
Ma perchè quella volta non si sapeva niente della posizione di Bossi su Berlusconi...? Forse ricordo male io, ma chi ricorda un servizio televisivo sul Bossi-Pensiero dell'epoca?