martedì 20 maggio 2008

LA VERITA'

Se nel mondo esistesse solo la menzogna, vivremmo in un mondo perfetto.
Ma qualche Dio maligno ci ha imposto anche la Verità.
Cosa sia in realtà, nessuno lo sa.
Molto spesso è soggettiva, relativa.
Attraverso la Comunicazione perde il suo status di "assoluta".
Es.: Se io compio un'azione, so che è vero, chi mi ha visto sa che è vero, ma nel momento in cui la racconto ad un terzo, costui è libero di crederci o meno.
Quindi la veridicità assoluta della mia azione diventa una Verità relativa in quanto non riconosciuta da tutti.

Questo semplice giochetto è la base dell'Informazione.
Personalmente credo che la verità non sia mai assoluta o relativa, per me la verità è un fantasma: c'è ma non si vede.

Oggi invece la verità è la Televisione.
La Verità è diventata la comunicazione in sé.
Non il suo contenuto.
Chi controlla ciò che si sente dire?
Ognuno sente una frase e crede o non crede in base a ideologie o convenienza.
Nessuno cerca il "fantasma" della verità.

Es.: Ci hanno detto che Berlusconi fosse ricco e si era fatto da solo.
Chi ha mai controllato? Tutti ci credevano, fino a quando i giudici e rari giornalisti ci hanno provato il contrario.
Ci hanno detto che Andreotti era stato assolto dall'accusa di mafia, chi ha letto la sentenza che parla di "reato commesso fino al 1980 ma prescritto"?
Ora ci dicono che la sicurezza dei cittadini è in pericolo per colpa degli immigrati clandestini e non.
Quanti hanno controllato che il 90% delle violenze sessuali è opera di italiani e circa l'80% avviene all'interno della propria famiglia o amici?

E chissa quanti altri "fantasmi" si nascondono nella nostra memoria...

venerdì 16 maggio 2008

VERSO L'AUTOAPPIATTIMENTO

Ora ci indigniamo per la normalizzazione dell'opposizione.
Col tempo ci faremo l'abitudine.
Isoleranno Di Pietro per renderlo agli occhi della gente un alieno, come stanno facendo ora con Travaglio.
Molta gente non sarà più rappresentata in Parlamento, compresi coloro che incautamente votarono il Pd per evitare il ritorno di Berlusconi, o per puro convincimento.
Quindi cosa accadrà? Per me, alla fine, nulla.
Ci scivolerà via tutto, si darà importanza solamente alla casa, lavoro, famiglia.
Chi avrà la possibilità di andarsene se ne andrà, chi non ce la fa, soccomberà tra le sue proteste.
I giovani urleranno nelle piazze, ma solo per chiedere più soldi.
E se per caso si pagasse davvero meno tasse, anche il più comunista, per sopravvivere, chiuderà un occhio.
Le ragazze sceglieranno se diventare veline o Ministro delle Pari Opportunità, e l'aliena di turno, dopo tante proteste, sposerà il riccone del paese, dando seguito al consiglio del "Cavaliere".
Alla fine, quindi, sceglieremo la nostra vita in base alla cosa che ci converrà di più.
Ideologia e moralità cadranno nell'oblio.

giovedì 15 maggio 2008

Fanta-Televisione...o no?

C'era una volta l'informazione. Ancora le notizie non venivano scambiate per accuse, e i giornalisti potevano fare domande pretendendo risposte serie. Ora se al posto del giornalista metti l'asticella del microfono non se ne accorgerebbe nessuno. I pochi rimasti sono una specie in via d'estinzione, e molto presto non avranno accesso alla televisione.

Ci sono nuove leve su cui puntare: Fede potrebbe condurre uno speciale in prima serata, a giorni alterni con Matrix di Mentana. In Rai potrebbe tornare Socci, dopo Excalibur può inventarsi un programma dal titolo "Il Cavaliere d'oro"(ogni riferimento a Cavalieri di Arcore è puramente casuale) oppure Mimun al posto di Santoro al giovedi, titolo del programma, dopo aver condotto il Tg1 e il Tg5, Il Tg della libertà (ogni riferimento a partiti politici è puramente... voluto) tantosi sa da che parte sta.
Persino al Tg3 potrebbero ritoccare qualcosa, fuori Report e il Tg3 comunista, al suo posto Liguori che difenderà la romanità della coalizione dagli attachi della Lega(la nuova opposizione sarà questa?) e al posto della Gabanelli, basta inchieste, mettiamo un pò di culi anche sul 3, perchè la Carfagna, Ministro delle Pari Opportunità, s'è opposta, tutti i canali devono poter far vedere il suo calendario, quindi reportage settimanale su tutte le donne che posano nude e che lavorano sui set erotici, playboy, ecc. Conduce la Gregoracci.
Almeno la Chiesa si incazza un pò, ma in fondo è un' idea per fare inbufalire a Casini, che dovrà sentirsi le menate dei cardinali affinchè faccia pressioni sul governo...ma lui non pò fa niente, è fuori... e lì Bossi e Dell'Utri se la spasseranno alla grande, tra un fucile e una lupara..."
Vespa regnerà sovrano, come sempre, e su Italia 1 la coppia Mario Giordano e Paolo Del Debbio che prolungherà la sua trasmissione di un'ora.
Quindi: Raiuno: Vespa. Raidue: Mimun o Socci. RaiTre: Gregoracci.
Rete4: Fede. Canale 5: Mentana. Italia 1:Del Debbio.
E la7? Ferrara, ovviamente, e Lerner sarà sostituito da Lanfranco Pace. La D'amico resterà su Sky. Al suo posto Moggi condurrà una trasmissione sull'etica sportiva.

lunedì 12 maggio 2008

CHIEDIAMO SCUSA...

Chiediamo scusa per aver detto che Mussolini era fascista.
Chiediamo scusa per aver detto che i partigiani hanno liberato l'Italia.
Chiediamo scusa per aver detto che Matteotti fu ucciso dai fascisti.
Chiediamo scusa per aver detto che fu un errore entrare in guerra a fianco di Hitler.
Chiediamo scusa per aver detto che le leggi razziali sono state un orrore.
Chiediamo scusa per aver detto che Aldo Moro è stato ucciso dalle B.R.
Chiediamo scusa per aver detto che Stalin era un dittatore sanguinario.
Chiediamo scusa per aver detto che Riina e Provenzano sono mafiosi.
Chiediamo scusa per aver detto che Falcone e Borsellino erano degli eroi.
Chiediamo scusa per aver detto che Bin Laden è un terrorista.
Chiediamo scusa per avere detto che Kennedy è stato ucciso e che Bush è un guerrafondaio.
Chiediamo scusa per aver detto che Craxi era un ladro.
Chiediamo scusa per aver detto che Berlusconi ha un enorme conflitto di interessi.
Chiediamo scusa per avere detto che Berlusconi e Craxi erano amici.
Chiediamo scusa per aver dato degli incapaci a questa sinistra.
Chiediamo scusa per aver pianto la morte di Berlinguer.
Chiediamo scusa se sappiamo chi era Berlinguer.
Chiediamo scusa se sappiamo chi erano Che Guevara, Gandhi, Martin Luther King, Hitler, Mussolini e Stalin.
Chiediamo scusa se sapevamo da che parte stare.
Chiediamo scusa per aver detto che Schifani aveva degli amici mafiosi.
I mafiosi si potrebbero offendere.

venerdì 9 maggio 2008

Avviso ai lettori + Commento breve.

Dopo una pausa dovuta al mio viaggio in Irlanda, torno a commentare i fatti nostrani.

Però voglio avvisare i miei lettori: per tutto maggio sono occupato mattina e parte della sera al lavoro, per cui non garantisco la scrittura del post tutti i giorni. E quando lo farò sarà di sera.

Detto questo, in teoria dovrei commnetare i nomi dei ministri del governo del Cainano, ma non meritano nemmeno i miei insulti.
Mi limiterò a dire che il Ministro della Giustizia è di Agrigento ed era il coordinatore regionale di Forza Italia.
Il Ministro delle Comunicazioni è...già chi è? Il ministero in sè è stato tolto, forse inglobato assieme un altro...Nel sito del ministero delle comunicazioni dice che il Ministro è ...Claudio Scajola, Ministro dello Sviluppo economico. Cosa c'entri lo Sviluppo economico con la comunicazione, non si sa, ma cosa c'entri Scajola con la comunicazione si sa benissimo: un cazzo.
Mi limito a ricordare che Scajola era colui che tolse la scorta a Biagi(quello della legge, ucciso dalle Br) dandogli del rompicoglioni.
Fu costretto a dimettersi da Ministro dell'Interno proprio per questo.
Se il buongiorno si vede dal mattino...

giovedì 1 maggio 2008

Schifani: Da Corleone a Palazzo Madama - Parte III -

Enrico La Loggia a metà degli anni Ottanta fa parte come assessore della prima giunta del sindaco Leoluca Orlando e, per diretta ammissione di Nino Mandalà, in quelle vesti risponde di no alle sue richiest di aiuto.
Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria, feudi di Provenzano e della famigliaMandalà, diventano vittorie pericolose.
Francesco Campanella(mafioso ora collaboratore di giustizia, fu lui a dare la falsa carta d'identità a Provenzano per andare a farsi operare), osserva quanto accade dalla sua poltrona di presidente del consiglio provinciale e se ne accorge quasi subito. Nel 1994 Nino Mandalà sbandiera i suoi legami importanti. Dice a Campanella di avere"strettissimi rapporti con il senatore" gli parla del suo matrimonio al quale anche lui e Schifani avevano partecipato, e Campanella capisce che non mente. Il nuovo segretario comunale viene scelto dal sindaco Navetta su "segnalazione di La Loggia" e la stessa cosa accade con Schifani: "i rapporti tra loro erano ottimi durante l'inizio dell'attività del Mandalà nel '94, tant'è vero che La Loggia era il suo punto di riferimento all'interno di Forza Italia.[...]; a un certo punto Schiufani viene segnalato da La Loggia come consulente e quindi nominato dal sindaco come esperto in materia di urbanistica[...] Le quattro varianti al piano regolatore di cui abiamo parlato, parco suburbano, la variante commerciale, la viabilità, furono tutte concordate dal punto di vista anche di modulazione, di componimento, insomma, dal punto di vista giuridico con lo stesso Schifani.
"L'allora avvocato Schifani interloquiva con Nino Mandalà anche di queste cose?" chiede il Pubblico ministero a Campanella.
"Sì, interloquiva anche con Mandalà, ma poi i fatti più operativi li gestiva l'assessore Geranio, che poi era un assessore della famiglia Mandalà, perchè Geranio aveva sposato una sorella del suocero di Nicola Mandalà. Quindi Geranio faceva da spola tra il Comune e lo studio dell'avvocato Schifani.
Mi ricordo che in qualche incontro andavo anch'io. Poi a un certo punto ci fu la questione di fare il piano regolatore generale. Si trattava di un argomento che suscitava grandi appetiti da parte della famiglia mafiosa di Villabate, poichè il piano regolatore generale, com'è notorio, determina la potenzialità edificatoria delle aree e l'edilizia è uno degli strumenti più importanti dell'attività tipica di Cosa nostra, con l'imposizione, oltre che di pizzo ai cantieri, anche delle forniture. Lì il Mandalà organizzò tutto per filo e per segno interagnedo in prima persona.[...]Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e con La Loggia e che aveva trovato un accordo per il quale i due segnalavano il progettista del piano regolatore generale, incassando anche una parcella di un certo rilievo[...]. L'accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di manipolare il paino regolatore, affinchè tutte le sue istanze fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani.
Domanda il pubblico ministero: "le risulta che lo Schifani fosse al corente all'epoca degli interessi di Mandalà in relazione all'attività di pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?"
"Assolutamente sì. Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con Schifani e lìaccordo era di nominare,attraverso loro, qusto progettista che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qulache modo avrebbero condiviso lo stesso Schifani e La Loggia".
"Quindi la parcella non sarebbe andata soltanto al progettista?"
"No, il progettista era titolare di un interesse economico che era condiviso dallo stesso Schifani e La Loggia.
"E questa parcella fu liquidata o comunque ne fu stabilità l'entità?"
"Ma guardi, la parcella... si fece una parcella proforma, perchè l'attività poi del piano regolatore in realtà fu interrotta a seguito poi dello scioglimento del consiglio comunale(1999).[...]
"In che epoca si collocano, o si colloca, se solo una, quella riunione tra Mandalà, La Loggia e Schifani in relazione alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?"
"Questa si colloca sicuramente in epoca successiva all'arresto di Mandalà Nicola, nell'epoca in cui stavamo adottando questi atti."
"Quindi c'è un allontanamento progressivo, mi pare di capire?"
"Esattamente, lui lamentava con me questo fatto che più volte, ma in epoca successiva appunto alle vicende..."
"All'arresto di Nicola diciamo?"
"Esattamente, addirittura il La Loggia non lo salutava neanche"
"Cioè cercava di prendere le distanze?"
"Esattamente.."

Tratto da 'I Complici' di Lirio Abbate e Peter Gomez.

mercoledì 30 aprile 2008

Schifani: Da Corleone a Palazzo Madama - Parte II-

Dopo la scarcerazione di Nicola, Nino Mandalà e La Loggia si incontrano ad un congresso di Forza Italia.
La Loggia:"Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio..."
Mandalà: " Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola."
L: "Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?"
M: "E perchè, come ti devo trattare? Perchè non è possibile spiegarmelo...chi sei?"
L: "No, ma io non dico questo, ma i nostri rapporti..."
M: " Ma quali rapporti..."
L: "Senti possiamo fare una cosa, ne possiamo parlare in ufficio da me?"
M: "Si, perchè no..."
Nello studio: M: "Senti, mi devi fare una cortesia, tu a me non mi devi cervare più, tu devi dimenticarti che esisto perchè la prossima volta che tu ti arrischi a cercarmi e siamo soli, io siccome sono mafioso, io ti (parola incomprensibile nella registrazione) hai capito! Perchè io sono mafioso, come tuo padre purtroppo, perchè io con tuo padre me ne andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capo della mafia di Vallelunga. Tuo padre che era(parola incomprensibile) e lo poteva dire. Ora lui non c'è più, ma lo posso dire io che tuo padre era mafioso". E lui si è messo a piangere.
"Mi rovini", ha detto.
" E perchè?", gli ho risposto, "Io non sono un pezzo di merda come a te che ti rovino. L'ho fatto per dirti che tu hai la coda di paglia come gli altri e fai tutto...tutto...ma lo devi fare con gli altri...ti devi vestire dei panni... ma non con me, stronzo che sei. Non sai io da dove vengo e cosa ero con tuo padre. che cornuto vai dicendo. Tuo padre chi era? e mi dici a me...".
Simone Castello commenta caustico: "Qua c'è gentaglia"
Nino: "Lui si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perchè era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto "ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me da Turiddu Malta" e l'ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, 'sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a far una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore, pensava che io lo andassi a rovinare..."
Castello: "No! ma quanto è cretino..."
Nino: "Figurati che diceva piangendo 'mi rovini, mi rovini'!
C: "E questo è il senatore di Forza Italia"
N: "E' il presidente dei senatori di Forza Italia"
C: "Il fatto è, Nino, che sono tutti mezze tacche."
C: "Miccichè mezza tacca. Questo Giudice meno di mezza tacca, Dore Misuraca non ne parliamo...Meschini, meschini, non solo in Forza Italia, negli altri partiti sono pure gli stessi". [...]

Da un certo punto di vista l'astio dell'avvocato Mandalà è comprensibile.
Lui, Schifani e La Loggia li aveva sempre considerati degli amici, tanto che erano stati tra gli ospiti importanti del suo secondo matrimonio, avvenuto nei primi anni Ottanta. A quell'epoca Mandalà era appena rientrato in Sicilia da Bologna, dove lavorava nel mondo delle concessionarie d'auto e dove anche suo figlio Nicola era nato. Con loro aveva fondato la Sicula Brokers, una strana società in cui i futuri leader di Forza Italia sedevano fianco a fianco di imprenditori in odor di mafia e boss di Cosa Nostra.
A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c'è da rimanere a bocca aperta: La Sicula Brokers viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia, Schifani, compaioni i nomi dell'ingegnere Benny D'Agostinpo, il titolare delle più grandi imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l'amministratore delle società di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da Giovanni Falcone perchè capi della famiglia mafiosa di Salemi.

La Sicula Brokers è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni, borghesia e boss hanno fatto affari.

Continua...

martedì 29 aprile 2008

Schifani: Da Corleone a Palazzo Madama

Prendo spunto da 'I Complici' di Lirio Abbate e Peter Gomez per delineare il profilo del futuro Presidente del Senato, Renato Schifani.

E' il 4 maggio 1998. Nino Mandalà, boss di Villabate, sale sull'auto di Simone Castello, uomo d'onore che per conto di Provenzano recapita i pizzini in tutta la Sicilia. Le elezioni amministrative sono alle porte. Mandalà, fa parte del direttivo provinciale di Forza Italia, si devono decidere le liste dei candidati.
Gaspare Giudice gli ha consigliato un nome, all'ultimo però l'accordo salta, perchè Renato Schifani, neoeletto senatore nel collegio di Corleone, "ha preteso, giustamente, che il candidato di Misilmeri alla provincia fosse suo, visto che Gaspare Giudice ne aveva già quattro", spiega Nino Mandalà a Simone Castello.
Mandalà si sfoga con Castello dicendogli che i voti lui questa volta non gli procurerà a nessuno, tantomeno a chi "m'a trummaru" (me l'hanno trombata)la candidatura chiesta supplicandomi.
Quando il candidato proposto da Schifani si presenta in paese viene respinto a malo modo e Mandalà racconta di avergli detto : "Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n'è per nessuno...".
La dura reaazione del capomafia preoccupa i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo ha chiamato subito: " Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c'è stata una riunione. C'erano La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante(allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006) e Dore Misuraca, l'assessore regionale agli Enti Locali.Giudice mi ha raccontato che Schifani disse a La Loggia: "Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perchè ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede...e quindi c'è la possibilità di recuperare Nino Mandalà, telefonagli....".
Il mafioso è quasi divertito. Alzare la voce coi politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: "Simone, hai presente Schifani, attraverso questo(il candidato di Misilmeri)... aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l'ho fatto piangere?".

Le microspie dei carabinieri registrano ora la storia di un'amicizia tradita. una storia di mafia in cui i capibastone minacciano e i politici, terrorizzati, chiedono piangendo il perdono.

Mandalà racconta. Anno 1995, il figlio Nicola viene arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, forse per paura che si scoprisse un segreto incoffessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conscevano fin da bambini, ma per anni erano stati anche soci, avevano lavorato fianco a fianco in un'agenzia di brokeraggio assicurativo.
"Non mi apettavo che dovesse fare niente, ma almeno un messaggio,'ti dò la mia solidarietà', me lo poteva mandare. Stiamo parlando di un rapporto che sale dalla notte dei tempi, eravamo tutti e due piccoli...suo padre...era mio padre, lui era un cristiano coi cazzi, non come questo pezzo di merda... poi siamo stati soci d'affari, lui presidente e io amministratore delegato. andavamo in vacnza insieme...". Il portaordini di Provenzano prova a calmarlo:"va bè, è il presidente dei senatori di Forza Italia, magari non si può esporre..."
"D'accordo, però, in una situazione come questa...Dio mio mandami un messaggio. Poteva farlo attraverso 'sto cornuto di Schifani che allora non era ancora senatore ma faceva l'esperto, il consulente in materie urbanistiche qua al Comune di Villabate a 54 miloni di lire l'anno. Me lo aveva mandato proprio il signor La Loggia. Lui(Schifani) mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva:'Nino, vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda i saluti'. No, e invece non manda a dire niente lui, ma Schifani..."
"Dice che non ti conosce..."
Schifani, quando quelli là in Forza Italia gli chiedono " ma che è successo all'amico tuo, al figlio dell'amico tuo" risponde "amico mio?....no manco lo conosco, lo conosco a mala pena". Così il signor Schifani quando veniva a Villabate per motivi di lavoro, la consulenza per il Comune, vedeva a me e, minchia, scantonava, svicolava, si spaventava come se...come se prendeva la rogna, capisci? ...".

Continua...

lunedì 28 aprile 2008

MEMORIAL 'CALCIOPOLI' - PARTE XI -

I rapporti fra i vertici bianconeri e quelli arbitrali sono strettissimi, affettuosissimi, proficuissimi. Ci sono anche visite a domicilio nell’abitazione di Lucianone da parte di Pairetto e anche del presidente dell’Aia Tullio Lanese ( “Tu”, dice Moggi al vicepresidente federale Mazzini il 22 settembre, “tienitelo per te, ma domani Lanese viene da me”). Pairetto va a trovare Moggi all’ora di pranzo, e due ore dopo Lucianone chiama il centralino di casa Agnelli ordina una “Maserati in tempi rapidi per un amico importante: quatttro porte”. L’amico importante è Pairetto, che l’ha promessa a un tizio deciso a comprarla in fretta, infatti gli telefona tutto tronfio: “La Maserati è a disposizione, quando rientro chiamo direttamente la Real Casa”. Sarà pronta in dieci giorni al massimo, mentre – dice orgoglioso Pairetto al figlio – per i clienti normali “ci vuole un anno per avere il Maserati: io gli ho telefonato e il giorno dopo mi ha detto che è già pronto!”
Nonostante tutto quello che ha da fare, Lucianone riesce anche a istruire i moviolisti televisi. Tra una telefonata e l’altra, un affare e l’altro un occhio alla famiglia e uno agli amici, ecco che da una tv privata un anonimo opinionista lo chiama per sapere come trattare l’arbitro Trefoloni: “Ha regalato un rigore alla Lazio”. E Lucianone, che è nato nella provincia di Siena, mentre Trefoloni è del capoluogo, non ha incertezze:”Bisogna trattarlo bene”. Poi c’è il moviolista del “Processso” di Biscardi, che dal 2004 ha inaugurato in trasmissione la “patente a punti” per gli arbitri. Il moviolista è Fabio Baldas, ex arbitro e soprattutto ex designatore: sotto la la sua sciagurata gestione nel 1997-98 la Juve ha vinto uno degli scudetti più chiacchierati, culminato nelo scandalo del rigore negato a Ronaldo in Juve-Inter (1-0) del 26 aprile 1998, arbitro il livornese Ceccarini (Baldas fu sostituito a fine campionato da Bergamo).
Con Baldas, Lucianone è senza freni: "Allora, te devi salvare Bertini, Dattilo, e Trefoloni… Sul Milan puoi battere quanto ti pare”. Baldas non può dirgli di no: da Biscardi, dopo l’infelice conclusione della sua carriera di dirigente arbitrale, ce l’ha piazzato Lucianone. Baldas prova a obiettare: “Gli arbitri hanno fatto degli errori, con la patente a punti qualcosina dobbiamo tirara via a Trefoloni e Dattilo, magari un punto. Dimmi tu cosa devo fare e io nei limiti del possibile faccio”. Ma Moggi è inflessibile: “A Dattilo, Trefoloni e Bertini va dato un punto in più: anziché venti, ventuno! Poi, ci sentiamo dopo la trasmissione”.
Poi Baldas si fa Fracchia e gli rammenta un fax che gli ha spedito da qualche tempo: “Pensi di riuscire a far qualcosa per me, per farmi fare qualche partita di serie A? Ti prego, ricordati di me nelle tue preghiere”. E Lucianone, benedicente: “Ma io mi ricordo sempre di tutti, non c’è bisogno di pregare”.

giovedì 24 aprile 2008

RESISTENZA PARTIGIANA -PARTE II-

Alcune cifre sulla Resistenza
Secondo diverse fonti il numero di partigiani, partendo dalle poche migliaia dell'autunno del 1943, raggiunse alla fine della guerra una consistenza di circa 300.000 uomini. Molti studiosi pongono però dei dubbi sul reale numero di partigiani attivi alla fine della guerra, riportando cifre ben più modeste relative agli uomini e alle donne impegnati direttamente nella lotta armata, sostenendo che tra i circa 300.000 che si definiranno partigiani dopo il 25 aprile molti siano semplicemente simpatizzanti della resistenza che, pur non partecipando direttamente alle azioni partigiane, avevano fornito (rischiando comunque la vita) supporto e rifugio e che in alcuni casi vennero conteggiati tra i partigiani anche ex-fascisti ed ex-repubblichini saliti sul carro del vincitore grazie a conoscenze, alla corruzione o alla delazione di altri sostenitori della dittatura fascista o sostenitori della Repubblica Sociale Italiana (secondo le loro indicazioni non necessariamente veritiere).
Va ricordato poi che dopo il bando del febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte per i renitenti alla leva e ai disertori, seguito nell'aprile dello stesso anno da un altro decreto che estendeva la pena di morte anche a chi aveva dato appoggio o rifugio alle brigate partigiane, e dopo diversi casi di arruolamenti forzati da parte di soldati della RSI, molti giovani preferirono cercare rifugio tra le formazioni partigiane rispetto al partire per una guerra che non condividevano (e che molti ritenevano ormai persa) o al rischiare di essere catturato e giustiziato in città insieme ai propri familiari colpevoli di avergli dato rifugio, pur non condividendo sempre gli orientamenti politici che animavano chi aveva dato vita a queste formazioni.
Alla lotta partigiana in Italia aderirono anche alcuni gruppi di disertori tedeschi, il cui numero è difficile da valutare in quanto, per evitare rappresaglie contro le loro famiglie residenti in Germania, usavano nomi fittizi e spesso venivano considerati dai loro reparti d'origine come dispersi e non disertori per una questione d'immagine. Un caso emblematico di adesione alla lotta partigiana è quello del capitano Rudolf Jacobs.In certe zone vi fu anche la presenza, notevole, di soldati sovietici passati dopo la fuga dai campi di prigionia, con i partigiani, casi eclatanti sono Fëdor_Andrianovič_Poletaev e Nikolaj Bujanov, entrambi decorati con medaglia d'oro al valor militare.
Lapide ad ignominia
Piero Calamandrei, presso il Comune di Cuneo, 1952.Lo stesso testo appare dal 12 agosto 1993 su una lapide nella piazza di S.Anna di Stazzema, luogo dell'eccidio del 12 agosto 1944.

Lo avrai camerata Kesselringil monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio non colla terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità non colla neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono non colla primavera di queste valli che ti videro fuggire.Ma soltanto col silenzio dei torturati. Più duro d'ogni macigno soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo.Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroveraimorti e vivi collo stesso impegno popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre RESISTENZA

Si calcola che i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) siano stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati ed invalidi; tra partigiani e soldati regolari italiani caddero combattendo almeno in 40.000 (10.260 della sola Divisione Acqui impegnata a Cefalonia e a Corfù);
Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare.
Dei circa 40.000 civili deportati, per la maggior parte per motivi politici o razziali, ne torneranno solo 4.000. Gli ebrei deportati nei lager furono più di 10.000; dei 2.000 deportati dal ghetto di Roma il 16 ottobre '43 tornarono vivi solo in quindici.
Tra i soldati italiani che dopo l'8 settembre decisero di combattere contro i nazifascisti sul territorio nazionale continuando a portare la divisa morirono in 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000), ma molti dopo l'armistizio parteciparono alla nascita delle prime formazioni partigiane (che spesso erano comandate da ex ufficiali).
Furono invece 40.000 i soldati che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu deportato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione.
Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la resistenza, ebrei e cittadini comuni.

Processi e copertura ai nazifascisti nel dopoguerra

Per diversi motivi molti procedimenti giudiziari relativi a queste stragi non furono mai portati avanti, in parte a causa di tre successive amnistie. La prima intervenuta il 22 giugno 1946 detta "amnistia Togliatti"[1]; la seconda approvata il 18 settembre 1953 dal governo Pella che approvò l'indulto e l'amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per i tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948,[2]; la terza approvata il 4 giugno 1966.[3]Inoltre la Germania Ovest era dal 1952 alleata con l'Italia sotto l'ombrello della NATO, per cui non risultava politicamente opportuno dare risalto ad episodi ormai ritenuti parte del passato coinvolgenti cittadini tedeschi.C'era poi il rischio giudicato imbarazzante per le istituzioni italiane che il precedente di un processo in cui si chiedeva la consegna dei criminali di guerra tedeschi avrebbe poi obbligato l'Italia a consegnare a Stati esteri o a processare internamente i responsabili di crimini di guerra commessi dalle forze italiane durante il ventennio fascista e il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sia in territorio nazionale che straniero, molti dei quali dopo la guerra erano stati riassorbiti all'interno dell'esercito o delle pubbliche amministrazioni.
Infine durante gli anni sessanta seicentonovantacinque fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia vennero, per le ragione sopraesposte, "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita.
Solo nel 1994, durante la ricerca di prove a carico di Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l' Armadio della Vergogna) e alcuni dei procedimenti furono riaperti, ad esempio quello a carico di Theodor Saevecke, responsabile della strage di Piazzale Loreto a Milano, ove furono fucilati per rappresaglia 15 tra partigiani ed antifascisti. La maggior parte delle indagini e delle denunce contenute nei fascicoli non portarono tuttavia ad un processo, poiché molti degli indagati risultarono essere non perseguibili in quanto già morti o per l'intervenuta prescrizione dei reati loro ascritti.

La transizione tra la fine delle guerra e l'elezione del nuovo parlamento

Con l'avanzare del territorio liberato il potere fu preso dai partiti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale CLN, che coordinavano la resistenza, una coalizione di 6 partiti uniti nella Resistenza: azionisti, comunisti, democristiani, demolaburisti, liberali, e socialisti.
Il Comitato esprimeva i governi e attraverso il Comando unificato coordinava la Resistenza. I governi che guidarono l'Italia nel trapasso furono i governi di Ivanoe Bonomi, presidente del Consiglio dal 18 giugno 1944 al 26 aprile 1945 e Ferruccio Parri, presidente dal 21 giugno 1945 al 4 dicembre 1945 preposti dal Comitato di Liberazione Nazionale CLN.
Nell'Italia liberata questi governi ottennero progressivamente il controllo dell'apparato civile e militare dello stato, in aggiunta al controllo delle forze della Resistenza di cui ab origine disponevano, avevano quindi poteri assai vasti, quasi dittatoriali.
Tuttavia nel trapasso tra la guerra e la formazione della repubblica costituzionale, vi furono dei momenti complessi, nei quali essi furono spesso scavalcati dalle singole componenti che li esprimevano.

Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza
« Molta rabbia si era accumulata negli animi. Era impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la Liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era avvenuto prima e con il clima infuocato dell'epoca. I fascisti non hanno titolo per fare le vittime. »
(Ermanno Gorrieri)

Diverse fonti stimano nell'ordine delle poche decine di migliaia le vittime di parte fascista delle esecuzioni ordinate dalle formazioni resistenziali (comprese le condanne a morte di esponenti del partito fascista decise dal CLNAI subito dopo la liberazione di Milano) o eseguite da gruppi ed elementi facenti riferimento al movimento partigiano, ma di fatto non si hanno cifre precise su questi fatti.
I governi espressione della Resistenza adottarono una serie di provvedimenti per identificare i responsabili di abusi (o presunti tali) ed efferatezze commesse negli anni di guerra. Furono creati organi di indagine e tribunali specifici per sanzionare tali comportamenti: erano Corti d'Assise straordinarie sotto la presidenza di un giudice di ruolo nominato dai presidenti delle Corti d'Appello (anche Oscar Luigi Scalfaro ne fece parte). Essi agirono con prontezza e severità, si ebbero numerose condanne a morte (eseguite) o a lunghe pene detentive.
I governi dell'Italia liberata furono spesso scavalcati fu nel comportamento di partigiani che non volevano smobilitare, non accettando una normalizzazione che dava impunità a numerosi criminali fascisti. Essi usarono il potere locale, che si erano guadagnati nella lotta di liberazione, autonomamente e spesso in contrasto con le direttive del governo espressione del Comitato di Liberazione Nazionale per effettuare una serie di esecuzioni, che proseguirono circa fino al 1949.
Successivamente alla "normalizzazione" post-bellica, anche un alcuni partigiani vennero sottoposto a processi per presunte "stragi" e "assassinii" compiuti nella Liberazione: il tema della persecuzione dei partigiani da parte della magistratura e delle forze politiche su cui si fondava la giovane repubblicana divenne un simbolo per molte forze di sinistra, soprattutto causa lo stridente contrasto con l'impunità di cui godettero la maggior parte degli ex-fascisti che si erano macchiati di reati simili, quando non più gravi.
Le vendette colpirono principalmente chi si era reso responsabile dei massacri del periodo squadrista, dell'entrata in guerra del Paese con le tragedie che ne sono conseguite, della deportazione di decine di migliaia di italiani in Germania (circa 650 000 militari e 40 000 civili, tra cui 7 000 ebrei), delle torture e delle persecuzioni anche indiscriminate condotte dagli occupanti nazisti e dai loro alleati "repubblichini", tuttavia non mancarono violenze di altro tipo che sfruttarono le tensioni dell'immediato dopoguerra solo come copertura.
Le ragioni di questi comportamenti sono molteplici, si può ritenere che i partigiani temessero da parte dello Stato una punizione poco efficace o peggio una totale impunità verso i gerarchi fascisti che si erano macchiati di efferate azioni contro il popolo italiano, da cui nacque la sensazione di resistenza tradita.
Questi timori risultarono spesso fondati (quasi sempre nel caso degli organi militari e di polizia), in quanto i governi successivi effettuarono una de-fascistizzazione molto blanda soprattutto nella pubblica amministrazione, provocata da necessità politiche di pacificazione nazionale che ebbero il loro culmine nell'amnistia firmata dall'allora Ministro di Grazia e Giustizia Togliatti il 22 giugno 1946 seguita, il 7 febbraio 1948, da un decreto del sottosegretario alla presidenza Andreotti con cui si estinguevano i pochi giudizi ancora in corso dopo l'amnistia.
Si possono citare tra i tanti esempi il caso del fascista commissario-torturatore Gaetano Collotti (capo della famigerata "banda Collotti" attiva nel Nord-Est), premiato dopo la guerra con un'onorificenza militare(per questo motivo Ercole Miani torturato proprio da Collotti rifiutò la medaglia d'oro al valor militare,assegnatagli postuma); il caso del funzionario di polizia che aiutò a stendere gli elenchi per la strage delle fosse Ardeatine che fece carriera dopo la Liberazione; il caso analogo dei funzionari fascisti che collaborarono alla cattura di Giovanni Palatucci (il commissario di polizia che aiutò la fuga di migliaia di ebrei); il caso del comandante della X MAS della RSI Junio Valerio Borghese, i cui uomini si erano macchianti di numerosi ed efferati crimini durante la repressione della lotta partigiana, che venne condannato a soli dodici anni di carcere per "collaborazionismo" di cui nove furono condonati per interessamento e pressioni dei servizi segreti statunitensi che lo avevano arruolato, permettendo la sua scarcerazione subito dopo il processo e il suo ingresso nella vita politica del paese come presidente onorario del MSI.
Va anche ricordato che numerose bande armate fasciste operanti durante la RSI furono composte essenzialmente da efferati criminali e che numerosi effettivi delle forze armate fasciste si fecero strumento dei nazisti, talora al di là degli stessi desideri dei loro padroni, consumando innumerevoli atti di indicibile ferocia.

Le diverse anime della Resistenza
Va sottolineato che la Resistenza antinazista fu un fenomeno generale, presente in quasi tutti i paesi controllati dalla Germania, a partire dalla Francia e che la parte finale della guerra vide il convergere sulla Germania dei sovietici da est e degli Alleati da ovest.
Nella fase finale della guerra essi erano ancora alleati ma si vedevano chiare le tensioni per la suddivisione dell'Europa post-bellica in sfere di influenza, sia militare sia economica sia ideologica e di concezione della forma dello Stato. Nei paesi liberati dai sovietici si impose sempre il loro modello, nei paesi liberati dagli angloamericani si impose sempre il loro.
Non sempre la divisione fissata con agli accordi di Yalta era accettata dalle parti in causa. In due paesi liberati dagli Anglo-Americani, la Grecia e l'Italia, le maggiori forze della Resistenza inclinavano verso il modello sovietico, di cui tra l'altro non erano all'epoca noti alcuni aspetti. Sia in Grecia sia in Italia queste aspirazioni dei comunisti vennero frustrate dall'instaurazione di uno Stato più o meno democratico basato su un'economia di tipo capitalistico.
Viceversa in Jugoslavia l'esercito partigiano guidato da Tito instaurò un regime di tipo comunista nonostante il Paese fosse stato a Yalta parzialmente attribuito al blocco occidentale.
Nella Resistenza italiana vi erano (in forma più o meno esplicitata) due correnti maggiori di pensiero: una che vedeva la Resistenza come braccio armato di un "nuovo Risorgimento" avente lo scopo di espellere dall'Italia i tedeschi e rovesciare i loro alleati fascisti, ripristinando il regime pre-fascista o comunque liberale e democratico, basato su una democrazia parlamentare di tipo occidentale, ed una più decisamente orientata a sinistra, in genere filosovietica, che considerava (pur in contrasto con le indicazioni ufficiali delle direzioni nazionali dei principali partiti di sinistra) la vittoria militare solo un presupposto per un nuovo ordine politico in Italia basato su qualche forma di comunismo, come si pensava sarebbe avvenuto nei paesi assegnati a Yalta all'area di influenza sovietica.
In verità, questa ultima interpretazione della Resistenza non era condivisa da tutti i dirigenti del PCI, in particolare Palmiro Togliatti, aveva impresso a partire dal 1944 (e non senza incontrare una certa opposizione di alcuni elementi della base) una forte moderazione della linea politica del PCI arrivando addirittura (con la cosiddetta svolta di Salerno dell'aprile 1944) a dichiarare secondaria la questione repubblica-monarchia che divideva in quel periodo il fronte antifascista.
Era tuttavia diffusa tra i militanti comunisti l'idea dell'"ora X", ossia l'illusione che dietro l'atteggiamento togliattiano di accettazione della democrazia capitalista si nascondesse un'astuta manovra tattica volta a scatenare, al momento opportuno (l'ora X), un'insurrezione comunista.
Questa parte "rivoluzionaria" della Resistenza, in molti casi militarmente maggioritaria, non considerava finita la sua funzione armata con la vittoria dell'aprile 1945 e la battaglia continuava, assumendo il carattere di lotta rivoluzionaria, eventualmente in forme nuove, con un parziale spostamento dell'identità degli avversari.
Anche da ciò derivò l'elevato numero delle vittime, principalmente fasciste, ma anche appartenenti a brigate partigiane di diverso colore politico (fiamme verdi, democristiani, liberali), preti e in molti casi semplici esponenti delle classi sociali a loro non favorevoli in caso di scontro aperto (perciò si è anche parlato di una forte componente di lotta di classe all'interno del movimento resistenziale).
Nei mesi seguenti si si ebbero fatti sanguinosi, che con intensità calante proseguirono per alcuni anni. Talvolta i responsabili o i semplici accusati di questi omicidi nel dopoguerra trovavano rifugio o venivano fatti espatriare in paesi filosovietici come la Cecoslovacchia o la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia.
Tuttavia i sovietici, rispettando le spartizioni tra i due blocchi prese a Yalta, non promisero alcun appoggio ad un tentativo di presa armata del potere e il risultato negativo del tentativo rivoluzionario in Grecia smorzò molto il movimento. Lo scontro all'interno della sinistra comunista perdurò fino alla elezioni del 18 aprile 1948, quando fu del tutto chiaro che l'Italia era ormai saldamente inserita nel blocco occidentale, contrapposto a quello sovietico nell'ambito della nascente Guerra Fredda.